Un evento in pompa magna per presentare il “nuovo” Sinfi, una sigla complicata ma che in buona sostanza si traduce nel catasto del sottosuolo, in particolare di cavi, reti e tombini messi a terra dagli operatori di telecomunicazioni per la fibra ottica ma anche dei tubi di luce, gas e acqua. La storia del Sinfi è lunga dieci anni: era il 2016 quando l’allora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda (governo Renzi) firmava i decreti attuativi per dare vita alla mappatura.

A quei tempi l’Europa ci chiedeva di accelerare sulla fibra ottica e tagliare i costi dei cantieri. Calenda lo presentò come lo strumento definitivo per sbloccare i lavori anche a seguito della nascita di Open Fiber, la società delle reti (alternativa a Tim) voluta da Renzi – inizialmente in capo a Enel e poi passata nelle mani di Cassa depositi e prestiti (l’azionista di maggioranza con il 60%) e del fondo australiano Macquarie.

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IL MANDATO DI INFRATEL È SCADUTO

Premesso che ci sono voluti parecchi anni per arrivare a una “radiografia” realmente utilizzabile – fra tecnicismi e resistenze, soprattutto da parte dei Comuni – si punta ora a una mappa di nuovissima generazione. La gestione tecnica e operativa del Sinfi è affidata a Infratel, il braccio operativo dello Stato per portare le reti in fibra ottica nei territori periferici, le cosiddette aree remote, dove le telco non investono. Ed è stata Infratel in questi anni a gestire fra l’altro i progetti di infrastrutturazione legati al Pnrr.