Gli USA potrebbero recuperare minerali critici dagli scarti minerari, riducendo importazioni e rifiuti

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Prima di aprire nuove miniere, forse bisognava guardare meglio quelle vecchie. Non le gallerie, non i filoni ancora da inseguire, non la promessa di scavare un’altra montagna per saziare batterie, pannelli solari, chip, radar, auto elettriche e tutto il catalogo della modernità indispensabile. Bastava fermarsi davanti a ciò che resta fuori: cumuli di rocce macinate, fanghi, polveri, residui lasciati ai margini dell’estrazione. Quella roba che per decenni ha avuto un nome poco elegante e molto pratico: scarto.

Ora uno studio pubblicato su Science rimette proprio quegli scarti minerari al centro della scena. Il punto è quasi imbarazzante nella sua semplicità: negli Stati Uniti molti minerali critici vengono già estratti insieme a rame, oro, zinco, nichel e altri metalli, solo che spesso finiscono separati, accantonati e dispersi nei materiali di scarto, cioè i residui della lavorazione mineraria che vanno stoccati e controllati per evitare danni ambientali. I ricercatori hanno combinato i dati sulle miniere metalliche autorizzate a livello federale con misurazioni geochimiche relative a 70 elementi presenti nei campioni di minerale, provando a stimare quanta materia strategica venga già movimentata e poi lasciata indietro.