La lezione del "Principe": anche il grande cantautore romano (mito della sinistra) fuori dal coro sulla Palestinadi Marco Patricellimercoledì 27 maggio 20263' di lettura sotto la doccia scozzese dell’esaltazione del ritorno al futuro col referendum alla depressione della realtà con le amministrative, vive pure lo psicodramma isterico perla caduta dei dogmi innalzati agli altari (i totem) e le contronarrazioni su quel che va taciuto o stigmatizzato per credo politico (i tabù).Il fuoco amico fa assai più male del tiro scontato proveniente dall’altro lato della trincea politica, perché il dissenso a sinistra ha una lunga storia ben poco democratica, dall’internamento nei manicomi alla demonizzazione e all’ostracismo. Giampaolo Pansa, quando osò sollevare il velo sull’altra faccia della Resistenza e ne fece argomento di dibattito pubblico, sottraendolo ai circoli autoreferenziali e clandestini degli storici non di sinistra, venne attaccato ed esecrato, per alto tradimento ideologico. Figurarsi adesso che due grossi calibri del mainstream come Erri De Luca e Francesco De Gregori prendono platealmente posizione fuori dal coro, con lo stesso effetto di gradimento del gesso stridente sulla lavagna. Lo scrittore ha sfrondato gli allori della sempre sbandierata icona della superiorità morale della sinistra, già in questo mandando in cortocircuito politici, intellettualoidi e nani e ballerine del caravanserraglio rosso; ma poi ha rincarato la dose, e in odore di abiura ha calato gli altri assi del poker eretico, accusando la sinistra di aver perso la propria identità, si è definito sionista e ha negato l’assioma Gaza uguale genocidio. In un colpo ha sbancato il tavolo dei dogmi e dei ritornelli-tormentone della messa cantata sui palchi di piazza e televisivi.E a proposito di palcoscenici, ecco Francesco De Gregori, nipote del partigiano della Osoppo fucilato a Porzûs dai garibaldini di Mario Toffanin graziato per quel crimine trent’anni dopo da Sandro Pertini. Riferimento di primo piano dell’universo progressista, cantautore apprezzato a manca e a destra per la qualità della sua produzione in una carriera di livello, ha spiazzato i fans con tessera e i simpatizzanti di schieramento saettando che lui non terrà pistolotti su Israele e su Gaza: «il proclama dal palco mi lascia abbastanza indifferente. Provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta su questioni internazionali»; e inoltre: «sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Io non faccio proclami perché non sono superiore a nessuno. Non do lezioni, il mio pensiero non è totalitario e non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno».Mentre per De Luca sono usciti i critici con l’esprit de l’escalier pronti a metterne in forse tutte le qualità fino a poco prima esaltate sotto al totem, con De Gregori il colpo è ancora in fase di ammortamento del tabù. Coraggio, Freud aveva previsto tutto. Fallito il disegno utopistico della società perfetta e dell’homo novus sovieticus, è già scritto come andranno le cose: dopo la ribellione dei figli al patriarca, dopo l’idealizzazione nel totem e l’istituzione dei tabù, nasce la prima forma di civiltà e di morale.Basta non fermarsi ai tabù, e considerare intellettuale l’uomo (o la donna) che pensa, e per pensare non deve essere necessariamente né organico né di sinistra, né indottrinato né militante. Qualche recensione in meno, qualche critica in più, qualche diluizione di citazione salottiera o da terrazzo da radicalchic annoiati che scimmiottano Gep Gambardella ne La grande bellezza. O forse, macchiet® te da È tutta colpa di Freud.
De Gregori si ribella ai pistolotti pro-Gaza | Libero Quotidiano.it
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