di
Gennaro Scala
Napoli, la testimonianza di Martina Salzano arrivata con un'ambulanza del 118 in via Vergini: «Aveva ancora il coltello tra le mani, il bambino era a terra nel sangue. In ambulanza l'uomo ha colpito anche me»
«Entrate, fate presto: ho ucciso mio figlio». La porta del terzo piano è spalancata in via Vergini, nel ventre della Sanità. L’uomo ha un coltello in mano e gli occhi «del diavolo», dirà dopo Martina Salzano, infermiera del 118. La chiamata era arrivata pochi minuti prima: dolore toracico, codice giallo. Routine, uno dei tanti interventi che a Napoli si consumano all’alba. Invece dietro quella porta c’era l’inferno.
«L’autista è entrato per primo, poi io l’ho superato», racconta Martina con una voce che sembra carica di adrenalina. «Appena il mio collega mi tira indietro, anche quell’uomo mi afferra e mi trascina verso il figlio». Sul pavimento del corridoio c’è un bambino di 12 anni, riverso a faccia in giù. Sangue dappertutto. La madre inginocchiata accanto a lui che dice: «Per favore, portatelo via».Il padre è immobile, quasi pietrificato, come se non riuscisse nemmeno a capire ciò che ha appena fatto. Sarà la moglie a spiegare ai carabinieri il motivo della furia: «Stava aggredendo me. Mio figlio si è messo in mezzo per difendermi e lui lo ha colpito alla schiena». Poi la cauta discesa per raggiungere l’ambulanza. «Aveva sempre in mano il coltello — dice Martina —. Quando ha cercato di afferrarlo lo ha ferito ancora. E il bambino gridava: “Papà, mi fai male, lasciami”».










