Il 19 febbraio scorso, sul palco dell’AI Impact Summit di Nuova Delhi (dedicato all'intelligenza artificiale), il presidente della confederazione Svizzera per il 2026, Guy Parmelin, prende la parola davanti al suo omologo brasiliano Lula e al primo ministro indiano Narendra Modi. Annuncia che il prossimo evento mondiale sull’intelligenza artificiale si terrà a Ginevra, nel secondo trimestre del 2027. Il “Global AI Summit” – così si chiamerà – dopo Regno Unito, Corea del Sud, Francia e la stessa India, sarà ospitato dal Palexpo della ‘città della diplomazia’, sede anche di Nazioni Unite, Cern e Croce Rossa. “Ginevra è l'epicentro del multilateralismo”, scandisce Parmelin.Un mese e mezzo prima, il 24 e 25 ottobre 2025, oltre 4mila persone avevano riempito il Palazzo dei Congressi di Lugano, a un tiro di schioppo dalla Lombardia, per ascoltare il sindaco Michele Foletti e Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether (leader di mercato delle stablecoin con 189 miliardi di dollari di market cap, al 6 maggio 2026) raccontare alla quarta edizione del locale Plan ₿ Forum come la ‘città dei Bitcoin’ stesse provando a diventare un laboratorio di sovranità digitale a tutto tondo: oltre a quattrocento esercizi commerciali che accettano bitcoin, USD₮ e il token di Lugano LVGA, anche blockchain pubblica e intelligenza artificiale che gira sui device personali (laptop, smartphone) decentralizzata e privacy-first.Lancette ancora indietro di sette settimane: un comunicato congiunto dei politecnici di Losanna (Epfl) e Zurigo (Eth) e del suo Centro svizzero di calcolo scientifico (Cscs), il 2 settembre, aveva annunciato il rilascio di Apertus, il primo Llm interamente prodotto dalla Confederazione, distribuito sotto licenza Apache 2.0 e con pesi, dati e modalità di addestramento totalmente pubblici, “aperti”, appunto.Tre eventi, quattro città svizzere coinvolte, punti che tracciano una stessa parabola ascendente. Washington e Pechino si contendono l'intelligenza artificiale a colpi di mega-cluster di Gpu, capitali pubblici ad undici zeri, abbattimento costi di computazione e modelli open-weights (gratuiti, personalizzabili e usabili in piena privacy, ma opachi nei dataset e nell’addestramento) usati per attestare la propria centralizzazione come predominante. Nel mentre, la Svizzera prova a giocare la partita dell’AI con altre regole. Piena openness tecnologica e flessibilità, sovranità istituzionale, aziendale e personale, regolamentazione "leggera" ma allineata ai diritti fondamentali, federalismo e differenze tra cantoni come laboratorio, multilateralismo quale piattaforma di promozione verso il mondo. Una “terza via”, la via svizzera all’AI, che non è solo un'enunciazione di principi, ma un piano di lavoro.I nodi della storiaUn ecosistema compatto, che si evolve lontano dai riflettoriLa terza via regolatoria: né Bruxelles né WashingtonApertus, manifesto dell'AI sovrana240 eventi, 33 città, un mese di mobilitazione nazionaleI cantoni si attrezzano: le vocazioni di un PaeseLa regione di lingua italiana, che c’era dall'inizio e riafferma il suo ruoloDecentralizzazione, un approccio… comuneDa Bitcoin all’AI, con al centro l’infrastrutturaUna corporation che costruisce la decentralizzazioneVerso Ginevra e il 2027Un ecosistema compatto, che si evolve lontano dai riflettoriEccezion fatta per l’elevato tasso di adozione dell’AI generativa (a inizio 2025, oltre il 40% della popolazione sopra i 15 anni di età l’aveva già utilizzata), i numeri di maggior rilievo attribuibili alla Svizzera, che conta poco più di 9 milioni di abitanti, sono noti quasi soltanto agli addetti ai lavori. Il Global innovation index della Wipo, l’agenzia dell’Onu per la promozione e la protezione della proprietà intellettuale, ad esempio, ritiene quello elvetico il paese più innovativo al mondo da ben quindici anni consecutivi. La spesa in ricerca e sviluppo vale il 3,3% del Pil – fra le prime cinque a livello globale, di cui due terzi a carico del settore privato – e la Confederazione vanta il più alto numero di brevetti pro capite in Europa, oltre al primo posto mondiale quanto al rapporto di brevetti sull’intelligenza artificiale per abitante. Secondo l'AI Index 2026 di Stanford, la Svizzera è prima al mondo per densità di ricercatori e sviluppatori nell’ambito (110,5 ogni centomila abitanti, più del doppio della Germania) e terza globalmente per quota di dottorati tra i suoi top researcher. Numeri che spiegano perché, anche se sul piano degli investimenti mondiali complessivi in AI (4,73 miliardi di dollari) il paese resta ancora quattordicesimo, il 60% del venture capital svizzero in deep tech finisce su iniziative interne, quota più elevata del pianeta a detta di Greater Zurich Area, organizzazione di promozione economica e territoriale che raggruppa 9 cantoni su 26.Su questa base si innestano due pilastri accademici già citati: il Politecnico federale di Zurigo (Eth) e il Politecnico federale di Losanna (Epfl), che nel dicembre 2023, in collaborazione con altre scuole e centri di ricerca del paese, hanno lanciato la Swiss AI Initiative, oggi presentata come uno dei più grandi sforzi open-science e open-source nel pianeta dedicati ai modelli fondativi di AI generativa (come ChatGPT o Claude, per intenderci, in grado di generalizzare tra contesti diversi ed essere poi resi specifici per applicazioni puntuali, mediante fine-tuning).Oltre 800 ricercatori, tra cui 70 professori, lavorano sul tema, distribuiti in più di dieci istituzioni universitarie. A supportarli c’è un potente motore computazionale che, secondo diverse classifiche, è il settimo o l’ottavo supercomputer al mondo. Si tratta di Alps, di proprietà del Cscs diretto da Thomas Schulthess e situato in Canton Ticino, a Lugano. Il sistema conta oltre 10mila superchip Nvidia Gh200 Grace Hopper e raggiunge 434,9 petaflop al secondo: una potenza sufficiente per addestrare modelli con decine di miliardi di parametri senza dover affittare cloud statunitensi.Il progetto dispone inizialmente di oltre dieci milioni di ore-Gpu, a cui si aggiungono venti milioni di franchi dedicati per il quadriennio 2025-2028. A completare il quadro c’è la recente nascita di un braccio istituzionale congiunto, lo Swiss National AI Institute (Snai). L’istituto è guidato in co-leadership dall’Eth AI Center, diretto da Alexander Ilic, e dall’Epfl AI Center, co-gestito da Marcel Salathé e Pascal Frossard, con il contributo fondamentale di molti altri esperti.Attorno a questa rete pubblica orbita, chiaramente, il privato. Google ha a Zurigo il suo più grande hub di engineering fuori dagli Stati Uniti, con oltre cinquemila dipendenti; Microsoft, Meta, Nvidia, Ibm, Apple e Huawei mantengono centri di ricerca nell'area. Katka Letzing, co-fondatrice e amministratore delegato di Kickstart Innovation e delle Swiss {ai} Weeks, con quasi 15 anni trascorsi nella Silicon Valley, spiega bene sia le connessioni che la differenza di paradigma. In California, ricorda, l'assunzione era che chi cresceva più velocemente vincesse; in Svizzera, invece, ci si chiede chi possiede l'infrastruttura, chi controlla i dati e i pesi del modello, quali valori sono incorporati nel sistema. Il vantaggio competitivo della Confederazione, aggiunge, non è la neutralità diplomatica in astratto, ma quella che molti osservatori della preparazione del Summit di Ginevra hanno cominciato a chiamare structural credibility, costruita nei decenni attraverso istituzioni come l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), la Banca Nazionale Svizzera e il sistema federale di sussidiarietà.La terza via regolatoria: né Bruxelles né WashingtonNel febbraio dello scorso anno, il Consiglio federale (i sette “ministri” tra cui viene nominato, a rotazione annuale, il presidente) ha pubblicato la sua attesa Auslegeordnung, un'analisi a cura dell'ufficio delle Comunicazioni (Ufcom) sulle opzioni per regolamentare l'intelligenza artificiale. La scelta è stata netta: non si seguirà la strada dell'AI Act europeo. Niente regolamento orizzontale, ma interventi tecnologicamente neutri, limitati ai diritti fondamentali – protezione di dati personali e sensibili in primis – e completati da strumenti non vincolanti come autocertificazioni e codici di settore.Poco tempo dopo, il consigliere federale Albert Rösti ha firmato a Strasburgo – in una cerimonia al Consiglio d'Europa – la Convenzione quadro sull'intelligenza artificiale, i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto, primo trattato internazionale giuridicamente vincolante sull'intelligenza artificiale. Il Dipartimento federale di giustizia e polizia, insieme a quello di ambiente, trasporti, energia e comunicazioni (Datec), e agli affari esteri (Dfae), dovrà presentare entro fine 2026 un disegno di legge da sottoporre alla consultazione pubblica, che includa anche le implicazioni di tale firma e adegui il diritto alla Convenzione. È quindi difficile che le nuove norme entrino in vigore prima del 2030.Si tratta, pare, di un compromesso che cerca di proteggere la posizione svizzera come centro di innovazione, senza rompere la compatibilità con i partner commerciali, anche se alcuni analisti segnalano un rischio: dodici dei venti settori industriali coperti dall'accordo di mutuo riconoscimento fra Svizzera e Ue sono direttamente toccati dall'AI Act, e molte imprese elvetiche dovranno comunque adottare gli standard di Bruxelles, se vorranno esportare in Europa.Per chi lavora dentro l'ecosistema, però, questa posizione “leggera” è soprattutto un vantaggio. Lars Schichtling, avvocato fondatore di Lexify, studio locale specializzato in tecnologia, lo dice senza ambiguità. L'assenza di una legge specifica sull'AI è oggi un asset, non una lacuna, perché lascia alle aziende svizzere la libertà di scegliere se adeguarsi all'AI Act o restare su mercati più “liberali”, quando i mezzi non lo consentono. Il suo collega Emanuele Gambula aggiunge un dettaglio importante: paradossalmente, alcune autorità federali stanno arrivando prima del legislatore. La Finma ha emanato una circolare nel 2024 sull'uso dell'AI nei servizi finanziari, Swissmedic (che controlla farmaci e dispositivi medici) ha richiamato le AI Guidelines internazionali per le autorizzazioni alla produzione, mentre in ambito aviazione e tecnologie sia di uso civile che militare stanno nascendo standard per i diversi livelli di automazione. L'AI in Svizzera, in altre parole, viene già disciplinata, ma per via verticale, settore per settore, attraverso la Legge federale sulla protezione dei dati (Lpd) e i regolatori di ciascun dominio civile e industriale.Apertus, manifesto dell'AI sovranaIl 2 settembre 2025 Epfl, Eth e Cscs hanno quindi rilasciato Apertus, in due taglie, 8B e 70B parametri: un modello transformer decoder-only addestrato da zero su 15mila miliardi di token, con curriculum a stadi di dati web, codice e matematica. Tutto è disponibile: pesi, dati di addestramento, ricette e checkpoint intermedi.Per comprenderne la portata, Andrea Emilio Rizzoli e David Huber, direttore e ricercatore senior dell’Istituto Dalle Molle di studi sull'intelligenza artificiale (Idsia), propongono una tassonomia che vale la pena memorizzare. A un estremo ci sono i modelli commerciali chiusi: ChatGPT, Claude, Gemini. Centralizzati, opachi, monitorabili solo da chi li possiede, governati dalle clausole contrattuali. In mezzo, i già menzionati modelli open-weights, talvolta chiamati open source in modo fuorviante: gratuiti, installabili sul proprio hardware, di cui però restano oscuri i dati di addestramento, i bias introdotti, le censure e i possibili allineamenti geopolitici. All'altro estremo i modelli davvero liberi, rilasciati con tutto il codice e i dati. Apertus si trova qui, ed è il più grande modello completamente aperto mai realizzato nella sua categoria.A questo si aggiunge una caratteristica distintiva: il multilinguismo radicale. Apertus supporta nativamente quasi duemila lingue (1.811 secondo la scheda tecnica) e il 40% del corpus di addestramento è non-inglese, con coperture rilevanti per lingue globalmente sotto rappresentate, tra cui alcune di quelle tipicamente parlate nella Confederazione, lo svizzero-tedesco e soprattutto il romancio. Il dataset è stato filtrato per rispettare eventuali opt-out machine-readable dei detentori dei diritti – anche retroattivamente – e per rimuovere dati personali, nativamente in linea con il diritto svizzero, le norme della Legge sul diritto d’Autore (Lda) e gli obblighi di trasparenza dell'AI Act europeo. Inoltre, il team di sviluppo guidato da Jaggi, Schlag e Bosselut ha implementato "Goldfish Loss", una tecnica che sopprime la capacità del modello di memorizzare e riprodurre fedelmente i dati di addestramento, mitigando i rischi legati al copyright.Sul piano operativo, Apertus è disponibile via Swisscom (azienda peraltro proprietaria di Vodafone Italia e Fastweb, il cui principale azionista è la Confederazione), che lo ospita sulla propria Swiss AI Platform, nonché su Hugging Face, attraverso la rete Public AI e su Amazon SageMaker JumpStart. Secondo Swissinfo, il modello ha superato il milione di download dal lancio.I limiti di Apertus sono noti e riconosciuti dagli stessi sviluppatori: nei benchmark Mmlu e Gsm8k, la variante 70B resta dietro ai modelli più conosciuti; manca la multimodalità e il modulo matematica e coding richiede ulteriore fine-tuning. Ma Apertus non è pensato come un competitor delle AI consumer: è un'infrastruttura pubblica, una blueprint per l’AI sovrana, una base su cui costruire applicazioni verticali. La versione 1.5, prevista per questo secondo trimestre 2026 e addestrata su circa 20mila miliardi di token, sarà interrogabile anche con immagini e audio e abiliterà il tool calling per ambienti agentici. Per gli esperti già citati, si tratta della rifinitura di un primo tentativo già riuscito: lo stesso impianto di apertura e correttezza, esteso in scala e in funzionalità.240 eventi, 33 città, un mese di mobilitazione nazionalePortare Apertus fuori dai laboratori e dentro la conversazione pubblica è stato parte integrante di un’operazione non solo accademica. Le prime Swiss {ai} Weeks hanno coinvolto, dalla data di lancio dell’Llm fino al 5 ottobre scorso, oltre 150 organizzazioni, dando vita, a consuntivo, a 240 eventi distribuiti in 33 città elvetiche. Tra i partner, insieme all’amministrazione federale, giganti del calibro di Axa, Ubs, Swiss Re (leader mondiale delle riassicurazioni), oltre a Swisscom.Daniel Dobos, research director dell’azienda e fra i co-iniziatori del progetto, racconta come l'idea sia nata. Una “semplice” conversazione in treno con i responsabili della Swiss AI Initiative, seguita da una telefonata con i rappresentanti di Impact Hub, di Women in AI e della piattaforma di innovazione Kickstart Innovation, cioè Letzing.Quest’ultima ne riassume i risultati concreti: oltre alla visibilità e alla consapevolezza territoriale, 140 progetti AI nati da quindici hackathon. Di questi, quaranta hanno effettivamente integrato Apertus, validando quanto fatto con Eth ed Epfl. “L'obiettivo – aggiunge – non era una conferenza top-down, ma uno spazio collettivo, e la centralità di Apertus serviva a dimostrare con i fatti che un'infrastruttura AI svizzera può essere reale, etica e aperta”.I cantoni si attrezzano: le vocazioni di un PaeseNella pratica, ciascuno degli Stati in cui si divide il territorio del Paese – e in alcuni casi, ciascuno dei comuni – ha sviluppato vocazioni distinte. Zurigo è il polo deep-tech: il Robotics and AI institute inaugurato a settembre 2025 come contraltare del centro di Boston con Mit ed Eth, l'arrivo di Neura Robotics, l'acquisizione della startup Rivr da parte di Amazon, e un'ossatura di ventures che va da Synthara per l'edge computing, a DeepJudge per il legaltech a mimic per la manipolazione robotica.Vaud e Ginevra in pieno Covid hanno fondato la “Trust Valley”, alleanza pubblico-privata gestita dalla Fondazione Epfl Innovation Park, che oggi raccoglie oltre 350 aziende e 500 esperti in cybersecurity, blockchain e AI. Basilea, storica capitale del life science svizzero (oltre 800 aziende, 33mila dipendenti, sedi global, di rilevanza strategica o Emea, di Roche, Novartis, Moderna, Johnson & Johnson), ha trasformato questa forza in un hub healthtech AI-centrico, coronato da un AI innovation lab sul Novartis campus realizzato in partnership con Microsoft. Ad Arlesheim, sul campus uptownBasel, opera dal 2022 QuantumBasel, primo hub commerciale di calcolo quantistico in Svizzera, guidato dal Thomas Landolt e Damir Bogdan, che a fine 2024 ha inaugurato IonQ Forte Enterprise, il primo computer quantistico IonQ mai installato fuori dagli Stati Uniti, con 36 algorithmic qubits e una collaborazione che durerà almeno fino al 2029.Sull’efficacia di questa diversità e sull’equilibrio di cui essa necessità, Sophie Hundertmark – ricercatrice AI all’Ifz di Zugo e docente alla Hochschule di Lucerna (Hslu), che però svolge diverse attività in Ticino – sintetizza con un'osservazione: i cantoni più grandi sono più forti nello scalare, mentre in aree di dimensioni più ridotte, tra cui la principale regione italofona, si è più rapidi a testare. Per Jan Trautmann, responsabile comunicazione e innovazione della città di Lugano, e Stefano Colombo, presidente di Fondazione Agire, l’agenzia cantonale per l’innovazione, il ruolo del territorio è “complementare e importante”. Non ambisce a competere con i grandi centri di ricerca di Zurigo, Losanna o Ginevra, ma è un territorio “più diretto”, sperimentale, agile e internazionale, con istituzioni capaci di trasformare ricerca e innovazione in servizi reali. Milena Folletti, delegata alla trasformazione digitale del Canton Ticino, aggiunge che il dialogo costante tra livelli istituzionali passa per strutture come Amministrazione digitale Svizzera; non frammentazione, quindi, ma sistema plurale che funziona perché coordinato.La regione di lingua italiana, che c’era dall'inizio e riafferma il suo ruoloSe il Ticino occupa una posizione peculiare nell'ecosistema svizzero dell'intelligenza artificiale è anche perché custodisce una storia da non dimenticare. L'Idsia è stato fondato a Lugano nel 1988, quando l'AI era interesse di pochi (e non certamente pop), grazie alla visione di Angelo Dalle Molle (1908-2001), da cui prende il nome, inventore del Cynar e imprenditore veneto che, nei suoi rapporti con figure come Don Luigi Sturzo, Wilhelm Röpke e Robert Schuman, aveva intuito che la nascente Unione Europea avrebbe avuto un problema di traduzione dei propri documenti ufficiali.Nove anni dopo, nel 1997, Jürgen Schmidhuber, allora all’Idsia, co-firmò con il suo studente Sepp Hochreiter (affiliato alla Technische Universität München) il paper che introduceva la rete Lstm, una delle architetture fondative delle reti neurali profonde. Sotto la guida di Schmidhuber, l’Idsia ha coltivato rapporti anche con Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, e tra le sue mura sono passati Shane Legg, che ha poi costruito il laboratorio DeepMind, Marco Dorigo, padre degli algoritmi ispirati al comportamento delle formiche, Luca Gambardella, già pro-rettore Usi, nonché Marco Zaffalon, attuale controparte scientifica alla direzione operativa di Andrea Emilio Rizzoli.L'Idsia di oggi è un istituto comune fra Usi (l'università di riferimento della regione linguistica italofona) e Supsi (la corrispettiva scuola universitaria professionale): un setup che gli vale finanziamenti rilevanti, ma di base molto inferiori a quelli di Eth ed Epfl. “Punches above its weight”, colpisce sopra la propria categoria, è la sintesi che la stessa istituzione ci offre di sé. La sua specialità sono le applicazioni industriali: ottimizzazione di processi, manutenzione predittiva, diagnostica clinica, modelli verticali per chimica e scienze della vita, campo in cui alcuni contributi all'evoluzione di Apertus stanno già confluendo in spin-off farmaceutici per la drug discovery, tra cui InVirtuoLabs, già partner di aziende pharma che si occupano di cancro e malattie rare.Intorno a Idsia orbitano molte realtà private, oltre allo Switzerland Innovation Park Ticino, che ospita centri di competenze come lo Swiss Drone Competence Center di Lodrino (con un'area di test Bvlos unica in Europa, fra 270 e 2.727 metri di altitudine) e un cluster per le life sciences.Stefano Rizzi, direttore della Divisione dell'economia del Cantone, ricorda che il Ticino si colloca al secondo posto in Svizzera e al sesto in Europa per innovazione (Regional Innovation Scoreboard della Commissione Europea, 2025), e attribuisce il risultato a diversi ingredienti, come la presenza di eccellenze nella ricerca e nell'economia – tra cui anche Cscs con Alps – e gli strumenti di sostegno all'innovazione messi in campo dall’istituzione. Subito dopo il rilascio di Apertus, il Ticino è stato infatti il primo cantone svizzero a ratificare un protocollo d'intesa per la promozione del modello, siglato insieme a Centro di Calcolo Scientifico e Fondazione Agire, l’agenzia che fa da snodo tra imprese e centri di ricerca.Dall'osservatorio della stessa, secondo il vicedirettore Andrea Barni, sono passati nei mesi successivi più di quaranta colloqui di valutazione su Apertus, e oltre un terzo dei coaching annuali rivolti alle Pmi ticinesi riguarda oggi temi legati all'AI. Boldbrain, l'acceleratore cantonale per startup, ha ricevuto nell'edizione 2025 oltre 140 candidature, di cui circa l'80% con un utilizzo diretto o indiretto dell'AI: un segnale sproporzionato rispetto alla scala demografica del Ticino, che conta quasi 360mila residenti.Che il territorio stia diventando un punto di attrazione per founder stranieri lo conferma anche chi vi si è trasferito da qualche anno come professionista e ricercatore e adesso dà vita come propria startup a un intero sistema operativo AI-native. Subash Sn, ingegnere indiano, racconta di averlo scelto perché, come la Svizzera, “valorizza i diritti e le libertà individuali e offre una base solida per quello che vogliamo costruire”, soprattutto riferendosi a “l'ecosistema di Lugano che ha creato un ambiente favorevole nell’ambito della decentralizzazione, della privacy e della libertà”. Anche l'India, infatti, sta contribuendo a costruire la propria filiera AI sovrana: Sarvam, modello da 105 miliardi di parametri rilasciato open source da una startup privata con una parte dei fondi governativi della IndiaAI Mission, segue una logica paragonabile a quella di Apertus, quantomeno rispetto alla focalizzazione sulle lingue. Un particolare che dice molto del posizionamento competitivo ricercato: attrarre talenti internazionali che cercano un ambiente regolatorio e culturale specifici.L'Italia è, ovviamente, il primo partner commerciale del Cantone, e la frontiera fra i due paesi, chiusa a fatica durante il lockdown del 2020, è in tempi normali porosa per quasi ottantamila lavoratori frontalieri e relazioni economiche che attraversano ogni filiera, dalla finanza alla manifattura, dal turismo alla farmaceutica. Su questa prossimità, Rizzi afferma che l'ecosistema AI ticinese (gestione dei dati, conformità normativa, infrastrutture, competenze in lingua italiana) si presta naturalmente a un crescente interesse da parte di aziende estere anche in una logica di maggiore controllo sul dato e sul know-how. In questo contesto, il mercato italiano, dovendo investire in compliance per l'AI Act europeo, comincia a guardare al confine settentrionale con occhi diversi: non solo o non tanto per ragioni fiscali, bensì anche per tutto quanto fin qui elencato.Certo, la Svizzera ha un'industria AI che, nei numeri assoluti, non potrà mai competere con quella dello stivale per dimensione del mercato interno; in compenso, ha un quadro istituzionale in cui le scelte sulla sovranità del dato sono state metabolizzate dieci anni prima e in cui l'open source è infrastruttura pubblica.Decentralizzazione, un approccio… comuneAd appena 80 chilometri da Milano, Lugano ha un’amministrazione tra le prime nella Confederazione a confezionare una strategia digitale complessiva e strutturata, guidata da un laboratorio urbano di innovazione. La città, ad esempio, mette a disposizione dei cittadini l’AI come strumento che coadiuva sportelli fisici e online, con un chatbot integra dati in tempo reale come la disponibilità dei posteggi, gli eventi cittadini, le pratiche burocratiche.A questo lavoro si è affiancata, da ben due anni, l’organizzazione di appuntamenti pubblici di carattere divulgativo e formativo, come la Lugano AI Week, in collaborazione con gli atenei e con sponsor come Accenture e Ibm, e talk aperti a tutti tenuti da specialisti del calibro di Bruno Giussani, Philip Di Salvo, Silvia Quarteroni, Matteo Flora e Guido Brera. A fianco degli eventi istituzionali, l’area pullula di corsi di formazione e ha una scena "salon" indipendente ma collegata, che racconta con cadenza regolare il rapporto fra istituzioni, ricerca e impresa. Tavole rotonde, casi pratici di implementazione e strumenti di supporto pubblici (quanto a sgravi e competenze fornite pro bono) e networking tra chi gestisce i datacenter, chi guida l'incentivazione, chi sviluppa i modelli e chi li distribuisce.Soltanto nel distretto di Lugano, l'AI generativa viene già proposta e diffusa, in chiave non centralizzata, in diverse varianti, ciascuna con una sua tesi tecnologica. "Decentralizzata", del resto, vuol dire molte cose. Si distinguono almeno quattro piani indipendenti: chi fornisce la potenza di calcolo, chi esegue l'inferenza, chi possiede i dati di addestramento, chi controlla pesi, ricette e ricerca. Decentralizzare i primi due significa proteggere la privacy dell'utente; decentralizzare i secondi significa garantire la libertà di chi sviluppa, ricerca o costruisce sopra il modello.Nel concreto, oltre all’AI open source con infrastruttura pubblica centralizzata (Apertus addestrato su Alps al Cscs), in cui il modello è davvero pubblico, anche se l'infrastruttura di calcolo resta in mano a un'unica entità con mandato nazionale, c’è quella on-premise sovrana: la startup luganese Artificialy ha infatti fine-tunato il sistema di traduzione ufficiale del Cantone Ticino, installato nei datacenter cantonali, con i dati che non lasciano mai l'infrastruttura pubblica.Silvano Petrini, direttore del Centro Sistemi Informativi del Cantone, racconta come il pilota – partito con un centinaio di collaboratori – riduca il lavoro manuale e offra ai dipendenti la tranquillità di trattare anche documenti sensibili senza esporre alcun contenuto a terzi. Lo stesso schema, declinato per no-profit e aziende, è quello che propongono anche organizzazioni facilitatrici come Linkfloyd, Original.AI, Biography Library, Cubefinance, Pulsanto. Fondazione Agire certifica il pattern: il principio operativo è uno solo, cioè non inserire dati sensibili in strumenti non governati. Poter usare soluzioni AI decentralizzate è quindi essenziale al fine di salvaguardare i propri dati e i propri segreti industriali. Ne discendono le scelte concrete, ovvero cloud controllati, ambienti private e su server proprietari, Rag su basi documentali interne, logging e processi human-in-the-loop. Apertus interessa proprio perché permette di ragionare su sovranità del dato, trasparenza e infrastruttura scelta ciascuna organizzazione.Ma a Lugano si parla anche di privacy-by-design via Trusted Execution Environment, la modalità che caratterizza Prem AI, startup presente sia a San Francisco che in riva al lago Ceresio, guidata da Simone Giacomelli, 14 milioni di dollari di investimenti raccolti, tra gli altri, da Sequoia Capital China, Breyer Capital e David Maisel di Marvel Studios. La sua tesi è radicale: i modelli open source stanno colmando rapidamente il gap con quelli di frontiera closed-source; e quando l'intelligenza diventa una commodity, il valore si sposta sul trust layer, lo strato che si trova tra il modello e l'impresa. “Il vero collo di bottiglia dell'AI non è la potenza computazionale, ma la fiducia”, afferma. Con Prem ha costruito un'inferenza end-to-end cifrata dentro Tee sigillati nell'hardware – Amd Sev-Snp, Intel Tdx, Nvidia Confidential Computing – con attestazione remota crittografica verificabile dal cliente. Il suo mercato sono le banche che non possono inviare dati a terzi, gli ospedali che non possono caricare cartelle cliniche su Api esterne, gli studi legali con documenti coperti da segreto professionale.C’è anche la versione enterprise dello stesso principio. Emanuele Meazzo, Senior Manager AI & Data Engineering di Acer – quartier generale europeo a Bioggio, sempre nel distretto di Lugano – descrive l'assistente AI del marchio, Sofia: software sviluppato in Ticino, installabile sui server fisici o cloud del cliente, e che può girare anche con Apertus per ottenere “il pieno controllo della catena di inferenza”.In questo caso, come negli altri, non è competizione contro GPT-5.5: è infrastruttura per chi proprio non lo può usare.La distinzione, però, non va trasformata in una crociata. Lo ricorda lo stesso Colombo di Agire: un'azienda non dovrebbe scegliere un modello decentralizzato “al posto di” uno commerciale per ragioni ideologiche, ma in base al caso d'uso, ai dati trattati, ai requisiti di governance e alla strategia di lungo periodo. Così come che gli ostacoli quotidiani all'adozione dell'AI nelle organizzazioni restano molto concreti: qualità dei dati, digitalizzazione disomogenea, risorse interne limitate, scarsità di competenze specialistiche. Tutte sfumature che il dibattito pubblico talvolta tende a perdere.Infine, a Lugano c'è un altro tipo di intelligenza artificiale decentralizzata, quella più radicale: l'AI peer-to-peer on-device, ed è qui che entrano in scena QVAC di Tether e il Plan ₿.Da Bitcoin all’AI, con al centro l’infrastrutturaPer capire come un comune di 68mila abitanti, e non Zurigo o Ginevra, abbia costruito, con una delle imprese più seguite, chiacchierate e capitalizzate al mondo, una partnership finalizzata all’applicazione urbana di tecnologie decentralizzate, bisogna fare un passo indietro al 3 marzo 2022. È la data in cui che la città di Lugano e Tether annunciano la nascita di un’iniziativa con l’obiettivo dichiarato di trasformare il territorio nella capitale europea del Bitcoin e delle tecnologie peer-to-peer (i protocolli di trasmissione tra pari e senza server intermediari): il Plan ₿, volto a rendere Lugano un polo formativo e di attrazione per talenti e imprese nell’ambito, che viene liquidato dagli osservatori meno attenti come mera operazione di marketing legata all’accostamento tra crypto e un’amministrazione pubblica.Quattro anni dopo, i numeri raccontano un'altra storia. Oltre quattrocento esercizi commerciali in città accettano, abbattendo l’eventuale volatilità con speciali PoS, Btc, USD₮ e il token cittadino LVGA, moneta digitale utilizzata oggi da oltre il 20% dei cittadini. Più di cento aziende blockchain e fintech vi si sono insediate, anche presso il PoW.space, un co-working settoriale sorto nell’ambito del progetto, che oggi ospita anche filiali di società zurighesi (Sygnum Bank) e internazionali (Blockstream). A oggi, la città ha persino emesso cinque obbligazioni native digitali sul protocollo Sdx della borsa svizzera, e sperimentato pagamenti di imposte e servizi pubblici mediante le valute digitali sopraelencate.L’ultima edizione del Plan ₿ Forum, lo scorso ottobre al Palazzo dei Congressi, ha attratto a Lugano, come detto, migliaia di partecipanti da 64 paesi, con 800mila spettatori a seguirlo in livestreaming su Rumble, piattaforma libertaria competitor di YouTube: uno snodo ormai affermato, insomma, in cui la frontiera fra tecnologie decentralizzate, asset digitali tokenizzati e intelligenza artificiale decentralizzata viene esplicitamente rinegoziata.È proseguendo su questa traiettoria che il 3 marzo 2026, a quattro anni dall’avvio della collaborazione, città di Lugano e Tether hanno annunciato il rinnovo dell’intesa fino al 2030. La struttura formale è quella di un Memorandum of Understanding non vincolante con un impegno di investimento indicativo fino a cinque milioni di franchi svizzeri, prevalentemente sotto forma di expertise, infrastruttura, ricerca applicata e formazione, per testare nuove tecnologie sovrane. La governance resta interamente comunale, mediante una Fondazione che funge da interfaccia operativa tra città, ecosistema imprenditoriale e mondo accademico locale, ma anche internazionale, attraverso sinergie già attive con il Politecnico di Torino e la National Taiwan University.Gli obiettivi si snodano intorno a cinque pilastri: costruzione di una infrastruttura istituzionale per asset digitali, con una blockchain aperta a istituzioni finanziarie e abilitata a programmable settlements; volontà di assurgere allo status di hub globale per il commercio digitale e le commodity, con regolamento istantaneo via stablecoin di merci, contratti e documenti commerciali; realizzazione di infrastrutture urbane distribuite, ovvero reti peer-to-peer, storage e calcolo decentralizzati per la resilienza dei servizi critici della città; programmazione di un sistema di identità digitale decentralizzata, che si fondi su zero-knowledge proof e civic wallet per l'accesso ai servizi pubblici; applicazione di una intelligenza artificiale locale, con lo sviluppo di infrastrutture decentralizzate e il test di agenti autonomi in ambienti controllati per servizi pubblici e transazioni programmabili. Tutto questo perché, per dirla con il sindaco Foletti, “Entro il 2030, la libertà di una città dipenderà sempre più dalla sua capacità di governare i propri dati e i servizi essenziali senza dipendenze critiche”.Le scelte tecniche affrontate fino ad adesso da Lugano contemplavano già sia test di Apertus che di modelli commerciali, con infrastruttura in Svizzera e l'approccio operativo alla Zero Data Retention: nessun dato personale o di sessione viene salvato sull'infrastruttura comunale, e qualsiasi legame fra utente e inferenza generata è eliminato per design. L'evoluzione, racconta Jan Trautmann, va verso assistenti capaci di guidare passo dopo passo nei momenti più complessi - un permesso edilizio, una pratica fiscale, una richiesta di residenza - di anticipare bisogni, ricordare scadenze, pre-compilare moduli, suggerire soluzioni su misura. È un'idea di pubblica amministrazione in cui l'esperienza è fluida e in cui è la città ad adattarsi al cittadino, non il contrario. Per i lettori italiani abituati a Pec, Spid e Cie, è un esperimento che vale la pena guardare con attenzione: anche perché parte da problemi simili e finisce per arrivare a scelte tecnologiche piuttosto diverse.Una corporation che costruisce la decentralizzazioneIl modo di realizzarne alcune applicazioni, in futuro, lo abbiamo anticipato, ha già un nome e un'architettura. È Qvac, (QuantumVerse Automatic Computer), la piattaforma di intelligenza artificiale decentralizzata che la divisione Tether Data ha annunciato il 14 maggio dello scorso anno all’AI Week di Milano e che rappresenta uno dei pivot più ambiziosi della società guidata dal savonese Paolo Ardoino oltre le sole stablecoin, tra energia, mining, agrifood, media e neurotecnologie.L'idea di fondo è diametralmente antagonista rispetto al modello cloud-centrico delle big tech: Qvac permette di addestrare ed eseguire modelli AI direttamente sui dispositivi dell'utente – smartphone, laptop, sistemi embedded, persino interfacce cervello-computer – senza dipendenza da server esterni. “L'intelligenza”, ha dichiarato più volte l'amministratore delegato di Tether, “dovrebbe appartenere all'individuo, non all'istituzione, e l'idea che serva una Api key per usare la propria AI è il sintomo di un problema, non la sua soluzione”.Paolo Ardoino traduce questa intuizione in una definizione operativa di “AI sicura”: l'utente, ci dice, non dovrebbe rinunciare al controllo dei propri dati per usarne una. Dal momento in cui messaggi, voce, dati sanitari, posizione e abitudini lasciano il dispositivo, sostengono, il controllo viene trasferito a terzi, qualunque cosa dica la policy. La sicurezza non è, quindi, uno strato sopra il modello, bensì concerne la scelta di dove far girare il modello. “Not your keys, not your intelligence”, per riprendere una massima cara al mondo bitcoin, che incentiva l’utilizzo di wallet non-custodial, a cui solo il proprietario – nemmeno il fornitore del device – può avere accesso.Qvac si appoggia alle altre tecnologie peer-to-peer già sviluppate dal gruppo Tether. L'architettura è modulare, e il Wallet Development Kit nativo permette agli agenti AI di transare autonomamente in Bitcoin e USD₮. Holepunch fa da strato di rete fra dispositivi, mentre Pear è il runtime che permette di costruire applicazioni. Keet – un’app di messaggistica cifrata realizzata da loro – ne è l'esempio.Alla fine del 2025, Qvac ha rilasciato Genesis I, presentato come uno dei più grandi dataset sintetici mai creati per addestrare AI: 41 miliardi di token di testo focalizzati su discipline Stem (matematica, fisica, biologia, medicina). Poi, ça va sans dire, è toccato a Genesis II, che ha aggiunto 107 miliardi di token in dieci nuovi domini. Questi possono essere utilizzati sul loro Workbench: un workspace cross-platform (Android, iOS, Windows, macOS, Linux) che fa girare modelli aperti come Llama, MedGemma, Qwen, SmolVLM e Whisper interamente on-device. La funzione di Delegated Inference permette al telefono di scaricare i carichi pesanti su una workstation desktop dello stesso utente via peer-to-peer, e il framework si appoggia a un motore hardware-agnostic basato su API Vulkan. Per dare un'idea di cosa significhi, Ardoino racconta come il suo team abbia fine-tunato un modello BitNet da 1 miliardo di parametri direttamente su un Samsung S25 in un'ora e diciotto minuti, su un iPhone 16 in meno di due ore, con dimostrazioni che salgono fino a 13 miliardi di parametri su dispositivi mobili. Niente cluster, niente cloud noleggiato. All’ecosistema si aggiungono varianti “pronte da installare” come Qvac Translate (addestrata per trascrizione e traduzione offline di testo, documenti, immagini e audio), Qvac Health, tracker di benessere personale, nonché l’ultimo arrivato: Qvac MedPsy, modelli linguistici per il ragionamento clinico (diagnosi, farmacologia, educazione del paziente), il cui modello da 4 miliardi di parametri supera MedGemma-27B di Google sui benchmark del settore.Sullo sfondo c'è una scommessa demografica, più che ingegneristica, dice l'ad di Tether. Il pianeta sta andando verso dieci miliardi di esseri umani, dieci miliardi di macchine autonome e trilioni di agenti AI. Su quella scala – aggiunge – far passare ogni decisione e ogni richiesta da server centralizzati diventa fisicamente impraticabile, per latenza, banda, blackout, e single point of failure. L'intelligenza, in quella visione, non è un servizio da noleggiare, ma da incorporare e rendere portabile nei device che le persone già usano.Lugano, afferma Jan Trautmann, guarda con interesse all'evoluzione del progetto potendo immaginare servizi digitali in cui ciò che è sensibile resta sotto l’egida dell'utente o dell'istituzione. La scelta nasce in continuità con la lezione che la blockchain – secondo il suo responsabile della comunicazione e innovazione – ha insegnato all'amministrazione. Il modo in cui un'infrastruttura digitale è progettata determina chi controlla i dati, chi decide le regole e quanto un sistema è aperto o vulnerabile. Prima casi d'uso informativi e a basso rischio, poi automazioni interne, poi eventuali servizi più avanzati solo dove governance, tracciabilità, possibilità di supervisione e protezione siano garantite. “In ambito pubblico, l'AI deve essere spiegabile, proporzionata e orientata al cittadino. L'autonomia deve riguardare l'efficienza operativa, non la responsabilità istituzionale, che resta umana e democratica”. Con il Cantone, aggiunge, ci saranno scambi su standard, interoperabilità, governance e casi d'uso condivisi: la sovranità digitale non si costruisce da soli.Il segnale strategico è chiaro: la Confederazione che ufficialmente regola l'AI con la mano leggera del Consiglio d'Europa, ospita anche sia il più rilevante esperimento pubblico che la più visibile sperimentazione privata di AI decentralizzata in Europa e lo fa a pochissima distanza dai confini dell’Unione, sotto l'occhio di un'amministrazione comunale che ha scelto di tracciare in tempo reale le condizioni d'uso di queste tecnologie.Verso Ginevra e il 2027Mettere insieme i tasselli della “via svizzera all’AI” fa emergere quattro vettori comuni: trasparenza (modelli e dati pubblici, training riproducibile, auditabilità by design); sovranità multilivello (federale, ma anche cantonale e comunale); multilateralismo (Ginevra come broker fra blocchi geopolitici); e specializzazione (precisione meccanica, life sciences, fintech, robotica, calcolo quantistico).I limiti restano reali, anche se parzialmente attenuati. Fino al 2024 la Svizzera era di fatto esclusa da Horizon Europe, il programma dell'Ue per la ricerca con budget intorno a 95 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Il nodo è stato sciolto il 10 novembre dello scorso anno, quando Berna ha firmato l'Eupa e ha riottenuto accesso pieno – inclusi i bandi su AI e tecnologie quantistiche – con effetto retroattivo dal 1° gennaio 2025. L’istituto virtuale Raise (Resource for AI Science in Europe) che la Commissione Europea ha lanciato qualche mese fa – con ulteriori 107 milioni fino a fine 2027 – collegato al progetto “Cern for AI”, è aperto alla Svizzera, ma nel linguaggio utilizzato su chi ne disegnerà la governance sotto il prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028+, il riferimento centrale resta agli Stati membri, con i paesi associati citati in secondo piano. Una possibile differenza di peso politico, non ancora di diritto, ma che vale la pena tenere d'occhio.Gli investimenti privati rossocrociati restano alcuni ordini di grandezza inferiori a quelli a stelle e strisce. Quanto a quelli pubblici, confronti come quelli con Singapore – che si stima abbia investito oltre un miliardo e mezzo di dollari sull'AI sovrana, contro le poche decine di milioni svizzeri –, sono diventati quasi un meme a livello nazionale nelle conversazioni del settore, in cui molti ritengono necessario ottenere maggiori finanziamenti.Va però ricordato, come fa notare Katka Letzing, che quella comparazione non include, ad esempio, le ore-Gpu di Alps né i ricercatori di Eth ed Epfl coinvolti in Apertus. Dobos, di Swisscom, aggiunge un dato che relativizza l'altro: dei 58 sistemi AI globali leader nell’ultimo anno, solo tre venivano dall'Europa. La Svizzera di certo non chiuderà quel divario provando a competere con Stati Uniti o Cina, in termini di scala. Punta, invece, a costruire un’AI che funzioni bene in ambienti regolati ad alta fiducia – sanità, lavoro umanitario, finanza, pubblica amministrazione – e a dimostrare che gli standard di privacy ed etica sono una feature, non un vincolo.L'annuncio che Parmelin (alla guida anche del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca) ha fatto a Nuova Delhi, in conclusione, consolida un percorso preparatorio già ampiamente in moto, con goal dichiarati come dimostrare l'eccellenza svizzera nell’intelligenza artificiale, fungere da catalizzatore del dibattito pubblico nazionale, posizionare la Svizzera come "costruttrice di ponti" nel dibattito globale sulla governance e rafforzare Ginevra come hub per la governance digitale e promuovere l'AI come bene pubblico al servizio del diritto internazionale.E il modo in cui la Confederazione sta costruendo il Global AI Summit 2027 dice molto del suo atteggiamento pragmatico. La prima sessione della Plateforme Tripartite inaugurata questa primavera ha raccolto contributi scritti da governi, aziende, Ong e mondo accademico. Il messaggio è esplicito: la kermesse mondiale non vuole essere un evento, ma la tappa di un processo. L'attesa diffusa nella call for inputs è che chi contribuisce produca strumenti subito riusabili – toolkit, sandbox, infrastrutture AI sovrane multilingue –, piuttosto che principi senza implementazione.“Semplificare l'innovazione affinché l'innovazione semplifichi”, insomma, per dirla con i latini chiamati in causa dall’avvocato Schichtling, e il 2027, anno del Summit di Ginevra, sarà, in tal senso, un grande banco di prova: il momento in cui la nicchia svizzera, nell’AI, dovrà definitivamente trasformarsi in brand internazionale credibile, agli occhi degli stakeholder che, da tutti i continenti, vi prenderanno parte.