Di momenti di debolezza me ne sono capitati sin da subito, e me ne capitano ancora. Il primo giorno, nello scantinato pieno di brande di un’enorme caserma, mi misi a piangere. Mi aiutò un altro soldato, un ragazzino. Avrà avuto diciannove o vent’anni. Con la pelle olivastra, riccio, molto bello. Mi si avvicinò e mi offrì una coperta, gesto che mi colpì tantissimo: in una situazione così c’era qualcuno che a differenza mia aveva anche la forza di pensare agli altri. Poi scoprii che era un seminarista greco-cattolico. C’era una questione che non gli dava pace.
Mi guardò perplesso e imbarazzato e mi chiese: «Ma secondo lei se in guerra mi toccherà uccidere qualcuno, poi potrò comunque diventare sacerdote?» E io, da ateo, ci tenni a spiegargli che non soltanto sarebbe diventato un sacerdote, ma che meritava di fare il papa, perché si era appena comportato come un santo alle prime armi. Mi asciugai le lacrime ed ero molto triste perché avevo appena lasciato la mia famiglia, ma in quel momento mi sembrò che ci fosse un bagliore di luce, in quel seminterrato quasi buio. Visto che poi non mi ritrovai subito in situazioni di reale pericolo, la cosa più pesante fu la separazioneda mia moglie e dai miei figli.










