Una madre colleziona mobili antichi per anni. Ma quando il figlio li rivende...
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Nello scorso mese di marzo è mancata mia mamma. Aveva novantaquattro anni e per quarantatré, ossia dalla morte prematura di mio padre, ha vissuto da sola nel grande appartamento di famiglia sul Lago di Garda.Appassionata fin da giovane di antiquariato, ha coltivato da dilettante questa passione raccogliendo qua e là mobili taluni antichi, altri soltanto vecchi ma comunque di bell'aspetto: canterani, tavoli e tavolini, sedie, un grande archivio, una madia, due cassepanche.Questi mobili erano un suo vanto. Non so quante volte mi ha raccontato la storia di ciascuno di quei pezzi, ai quali attribuiva un valore inestimabile. Un canterano era stato salvato dalla distruzione mentre il suo proprietario già brandiva l'ascia per farlo a pezzi (mia mamma aveva un temperamento romantico e tendeva alla falsificazione degli eventi), un altro era stato avvistato sotto il portico di un cascinale e poi restaurato a Firenze; un altro era stato trovato per caso nella cantina dimenticata di due anziane sorelle. E così via.Ogni tanto, anche se stava benone, ci parlava della sua morte e di quello che avremmo fatto della casa. Il pensiero che l'avremmo (io e mio fratello) messa in vendita la rattristava ma non diede indicazioni in merito, visto che l'Imu e le ingenti spese condominiali sarebbero toccate a noi, che mai saremmo tornati a vivere in quella casa.Ma i mobili no: i mobili erano un'altra cosa. Erano la sua compagnia, il suo uditorio, il suo ubi consistam. Racchiudevano vite, memorie, facce di persone conosciute un tempo. "Mi raccomando i mobili" ripeteva. Se avesse potuto avrebbe disposto nel testamento di tenerli per sempre, ma non poteva perché nessuno di noi aveva una casa abbastanza grande.Questo pensiero la perseguitava, e io la capivo perché in quegli oggetti aveva trasferito la propria stessa vita, erano la cosa bella che lei, e soltanto lei, era riuscita a realizzare. Aveva una strana idea, mia mamma, di cosa sia il merito personale. Per lei la letteratura era superiore al cinema solo per il fatto che un romanzo (a differenza di un film) viene realizzato da una persona soltanto. E un romanzo d'invenzione era comunque preferibile a un romanzo autobiografico, perciò abbasso Proust, abbasso Pavese.Poi è mancata e tutte le sue raccomandazioni si sono trasformate in un problema. Abbiamo contattato case d'asta, antiquari, inviato fotografie, e la risposta unanime che abbiamo ottenuto è che l'antiquariato era fuori moda, e che nessuno o quasi oggi coltiva la passione per le cose antiche. Ecco una difficoltà: nessuno intendeva acquistare mobili, sia pure pregevoli, per stiparli nel proprio magazzino.Ma la cosa più importante è che quei mobili non erano poi così belli, e che il loro inestimabile valore era del tutto fittizio. Semplicemente, mia mamma aveva pensato che valessero tanto, e io e mio fratello - che non nutrivamo molto interesse per la cosa - le avevamo dato credito; ma è stato sufficiente un expertise da parte di persone di cui avevo piena fiducia per far cadere ogni illusione. Qualcuno ci ha proposto di portarceli via senza sovrapprezzi, a gratis, infine abbiamo trovato un signore gentile e ricchissimo che ci ha dato, per tutti quei mobili, quattromila euro netti.Dai racconti di mia mamma, avevo creduto che quattromila euro non sarebbero bastati per acquistare nemmeno mezza sedia. Be', non era così.Ho chiesto a quel signore di farmi avere i quattromila in contanti. Così sono finite nelle mie mani venti banconote da duecento euro.Ora viene la morale. Perché, vedete, una mazzetta di venti banconote da duecento euro è maledettamente piccola. Se erano da cinquecento, sarebbero state addirittura otto banconote.Ho tenuto quei soldi per qualche istante tra il pollice e il medio, quasi ammirato da tanta sottigliezza. E mi veniva quasi da piangere (e insieme da ridere) al pensiero che in quei venti foglietti si riassumeva in qualche modo tutta la vita di mia mamma, e soprattutto la sua vita dal giorno in cui mio papà morì e noi figli iniziammo a vivere la nostra vita, non sul Garda ma a Milano.Ho ripercorso tra me la vita di mia mamma, che quasi ragazzina se ne andò da Firenze per trasferirsi (era il 1954) in un paesino della pianura bresciana. In questa scelta ci sono ragioni chiare e altre oscure. Ma una cosa è certa: che la passione per l'antiquariato si sviluppò in lei dopo il trasferimento in quel paese agricolo. La sua radice fiorentina, nobile e abituata alla bellezza, agì in lei fino a farle ricreare in casa propria un ambiente bello, nobile, che lei considerava anche prezioso.Non ho mai saputo perché non volle mai tornare a Firenze, anche quando ne ebbe la possibilità: preferì ricostruire intorno a sé un pezzo di una Firenze personale, pieno di ricordi. Tre anni fa, sapendo che andavo lì (lei ormai non poteva più farlo), mi pregò di acquistare dei confetti alla mandorla nello stesso negozio in cui acquistò quelli del suo matrimonio. Il negozio c'era ancora: sarebbe stato chiuso l'anno dopo. Sono contento di averglieli potuti portare. Adesso al suo posto c'è un negozio Intimissimi.Per finire. Drammi, sogni, ricordi, illusioni alla fine si sono trasformati in qualche banconota.







