Vincenzo De Luca riparte da dove tutto è iniziato: Salerno. Una vittoria a valanga, al primo turno. Secondo le proiezioni, sfiora il 60% e stacca di oltre quaranta punti percentuali gli altri sfidanti, a partire dal candidato del centrodestra, Gherardo Maria Marenghi, fermo intorno al 15%.Basta poco per capire il significato dietro l’etichetta di “viceré” che gli viene attribuita. Con questa vittoria schiacciante, De Luca guiderà Salerno per la quinta volta. La prima nel 1993, quando venne introdotta l’elezione diretta del sindaco. Da lì un dominio pressoché assoluto su un territorio, quello salernitano, dove ormai sei votanti su dieci mettono la croce sul suo nome. Nonostante il mancato sostegno dei partiti.De Luca infatti ha corso con l’appoggio di sette liste civiche ma senza quella del Partito democratico (Elly Schlein in campagna elettorale non si è mai vista); lo stesso partito in cui l’ex governatore della Campania milita da anni - pur spesso criticandone apertamente la leadership - e che, in un cortocircuito familiare, a livello regionale è guidato dal figlio Piero De Luca. Ma De Luca senior ha corso anche senza l’appoggio degli alleati del cosiddetto “campo largo”, con Movimento 5 Stelle e Alleanza verdi sinistra che hanno scelto di sostenere Franco Massimo Lanocita. Così la vittoria - a valanga - diventa tutta sua. Una prova di forza che lo riporta, ancora una volta, a Palazzo di Città.È questo, forse, il dato politico più rilevante: a Salerno De Luca si conferma un "brand" elettorale autosufficiente. Il simbolo del partito, nella sua parabola, non è mai stato decisivo. Già nel 1993 costruì la propria affermazione su una leadership personale, molto prima che il civismo diventasse una formula consolidata della politica locale italiana. Da allora ha trasformato quel consenso in una macchina territoriale capace di sopravvivere ai cambi di stagione politica, alle rotture interne al centrosinistra e perfino al logoramento fisiologico di oltre trent’anni di elezioni.Per capire il personaggio bisogna tornare agli inizi. Laureato in filosofia, militante del Pci, poi sindaco-simbolo della stagione post-Tangentopoli, De Luca costruisce la propria immagine pubblica sulla cifra dell’amministratore decisionista, ruvido, refrattario ai riti di partito. È lì che nasce il soprannome di “sceriffo”, rafforzato negli anni da uno stile diretto, spesso abrasivo, e da una comunicazione che alterna sarcasmo, invettive e rivendicazione continua del fare.De Luca è stato un po’ tutto. Sindaco, si è detto. Governatore pure, per due mandati (ne avrebbe fatto volentieri un terzo, se solo la Corte costituzionale non gliel’avesse “impedito”). Ma anche deputato e, per un periodo, membro del governo: nel 2013 Enrico Letta lo volle sottosegretario alle Infrastrutture e ai trasporti, salvo poi assistere alle tensioni che da sempre accompagnano il rapporto tra De Luca e gli apparati romani del centrosinistra.Il ritorno a Salerno, allora, ha anche il sapore della rivincita personale. Dopo l’uscita forzata dalla Regione e mesi di scontro con il Nazareno sul terzo mandato, De Luca è tornato nel luogo dove il suo potere politico si è formato e consolidato. E lo ha fatto imponendo ancora una volta il suo schema: niente investitura nazionale, niente mediazioni di coalizione, niente simboli da esibire. Solo il suo nome, la sua rete civica, il suo rapporto diretto con la città. Un messaggio che va ben oltre i confini salernitani: il deluchismo, almeno qui, continua a prescindere dal Pd.
A Salerno la vittoria a valanga di De Luca. Senza simboli di partito, sindaco per la quinta volta: il successo personale dell'ex governatore
Secondo le proiezioni, il "viceré" sfiora il 60% e stacca di oltre 40 punti percentuali gli sfidanti. La prima elezione nel lontano 1993. Dopo la fine dell'espe











