di
Federica Bandirali
Per la prima volta dopo anni di silenzio, l'ingegnere romano condannato per omicidio colposo si racconta a Belve Crime. Francesca Fagnani ricostruisce la notte del 9 settembre 2011, tra ammissioni e silenzi
Era il 9 settembre 2011 quando Paola Caputo, ventiquattro anni, studentessa pugliese, morì durante una sessione di bondage in un garage dell'Agenzia delle Entrate a Roma. Una vicenda che sconvolse l'Italia, che portò alla condanna definitiva di Soter Mulè per omicidio colposo, e che oggi — dopo anni di silenzio — torna al centro del dibattito pubblico grazie a Belve Crime, la nuova trasmissione di Francesca Fagnani. Nell'intervista in onda martedì 26 maggio, la giornalista accompagna Mulè passaggio dopo passaggio lungo quella notte, ricostruendone ogni dettaglio: la scelta del luogo, scelto perché «c'era quel tipo di architettura, di colori, di luci che ci stava bene», la preparazione della sessione con corde e oggetti erotici, l'alcol, l'hashish, e il momento in cui Paola perse conoscenza.
Di fronte alle domande di Fagnani sul cosiddetto breath play — la pratica erotica basata sull'asfissia, una delle ipotesi investigative iniziali — Mulè prende le distanze. Nega quella definizione, ma poi ammette la presenza delle corde al collo. La giornalista lo incalza: perché si sentiva così sicuro? «Perché non era la prima volta che facevamo giochi estremi. E perché fino a quel momento non era mai successo niente» risponde lui, in uno dei momenti più tesi del colloquio. Emerge anche un passaggio duro sulla mancanza di strumenti di sicurezza: Fagnani gli contesta di non aver potuto tagliare le corde in tempo. «Non avevo le forbici, non avevo il coltello in mano. E quello bisogna avercelo a portata di mano» ammette Mulè. Nel corso dell'intervista, l'ingegnere romano racconta anche il mondo BDSM frequentato per anni: le feste private, i corsi di bondage, le esibizioni pubbliche. Il ruolo del rigger — chi immobilizza l'altra persona con le corde — e le relazioni nate negli ambienti sadomaso della capitale. «Il bondage richiede studio, abilità, pazienza» spiega Mulè. «Tra chi lega e chi si fa legare serve fiducia assoluta». Una visione del mondo che l'uomo difende apertamente: «L'universo sadomaso è stato il mio modo di amare. L'amore non può essere ristretto a una serie di canoni considerati normali».







