Dal corridoio del grano alla guerra alla shadow fleet, il Mar Nero è senza dubbio il teatro in cui si decide la tenuta economica della Russia. L’attacco a Odessa e l’Oreshnik sono la risposta di un Cremlino sempre più a corto di opzioni. L’analisi di Giangiuseppe Pili, assistant Professor presso la James Madison University, Senior Associate Fellow del Nato Defence College e Associate Fellow del Royal United Services Institute (Rusi)
Il porto di Odessa rimane uno degli asset strategici dell’Ucraina, essendo l’unico porto con capacità significativa del Paese e terza città maggiore per popolazione e capacità industriale. Sin da subito, dunque, la città era intesa come uno dei target dell’esercito russo in avanzata a sud e si considerava anche una possibile invasione dal mare con le navi anfibie di classe Ropucha mosse appena in tempo all’interno dello stretto del Bosforo a complemento della Flotta del Mar Nero. Ciò probabilmente in anticipazione della potenziale chiusura dello stretto da parte della Turchia avvenuta pochi giorni dopo il fatidico 24 febbraio 2022. Tuttavia, dopo le iniziali avanzate delle forze armate russe nel Donbass e nel sud dell’Ucraina, Odessa è rimasta ben al di là delle possibilità offensive dell’esercito di Mosca. Dopo l’affondamento della Moskva e lo sviluppo di droni marini, la flotta del Mar Nero si è dovuta limitare a funzione di “piattaforma lanciamissili” ben lontana dalle coste ucraine.






