Cinquant'anni fa qualcuno introdusse illegalmente il pesce siluro nelle acque italiane per fare pesca sportiva. Oggi è ovunque. Il granchio blu arrivò negli anni Trenta: nessuno si mosse fino al 2023, e il tentativo di contenere i danni ci è già costato più di cinquanta milioni di euro. Le specie aliene invasive funzionano così: iniziano in silenzio, finiscono in emergenza. L'Italia si è abituata a conviverci, e il problema è proprio questo. “Attraverso progetti, cooperazione con il mondo politico e una giusta comunicazione, soprattutto quando si tratta di specie aliene invasive, la scienza ha il compito di far crescere la consapevolezza nei cittadini”. Così dice il professore Piero Genovesi, biologo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), a proposito dell’invasione di animali alloctone che creano continue emergenze in Italia. Nel nostro paese, infatti su un totale di 3.600 specie aliene, quelle invasive sono circa 500: dal parrocchetto monaco in Puglia, al granchio blu nel mar Adriatico, fino ad arrivare al pesce siluro e alle nutrie nel Po e, ultimi in ordine cronologico, ai pavoni a Punta Marina. Genovesi, che per Ispra è responsabile della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità, spiega che in casi come questi la prevenzione e anche il lavoro con la politica diventano essenziale perché “le specie aliene invasive iniziano come un problema limitato, ma poi nel corso degli anni i problemi crescono sempre di più perché le specie tendono ad aumentare di numero e se si agisce prima si può intervenire in maniera meno invasiva e con costi più contenuti”.Le specie aliene, come dice la stessa parola, sono specie non autoctone e che l’uomo ha importato o con il commercio di "animali d’affezione" o di piante ornamentali o per sport, come nel caso del pesce siluro. Ma possono arrivare anche in modo accidentale, come il calabrone asiatico o la cimice asiatica, che sono arrivati probabilmente con il trasporto commerciale accidentale, viaggiando come "autostoppisti" su merci o imballaggi. In alcuni casi, quando cioè queste operazioni sono fatte in maniera poco responsabile il rischio è quello di far arrivare nel nostro paese alcune specie che possono diventare dannose per la biodiversità. Nel momento in cui la prevenzione – “messa in atto con azioni coordinate tra politica e mondo scientifico, seguendo la strategia nazionale e il regolamento europeo”, spiega il prof. Genovesi – non dovesse funzionare, ecco che dev’essere attivato un altro livello di sicurezza attraverso operazioni di coordinamento, monitoraggio o eradicazione. Un esempio è l’accordo della settimana scorsa tra la regione Puglia e l’Università di Bari per affrontare l’emergenza del parrocchetto monaco che, nutrendosi di frutta e soprattutto di mandorle, sta rovinando i raccolti di una regione dove, secondo Coldiretti, i mandorleti coprono il 35 per cento della superficie. L’intesa prevede infatti una serie di linee guida per la gestione del problema con un piano di controllo e rimozione dei nidi del volatile solo nelle situazioni di criticità. Questo perché i nidi del pappagallino verde possono arrivare anche a dimensioni notevoli e rischiano di far crollare coperture e tetti. “L’accordo in questione – spiega Genovesi – dà un’ottima base operativa perché la collaborazione tra enti pubblici e regioni assicurano sempre una buona qualità tecnica degli interventi. Sicuramente può essere utile”.Ma il progetto messo in piedi dalla Puglia e dall’ateneo barese non è il solo caso di collaborazione tra politica e mondo accademico. La settimana prima è stato il turno dell’Emilia-Romagna e dell’università di Bologna che hanno ideato un progetto, chiamato Octo-Blu, per mettere un freno all’invasione del granchio blu sulle coste adriatiche. Il piano prevede l’allevamento di alcuni polpi, i principali predatori del granchio blu, da rilasciare poi in mare con tane artificiali sul fondale. Questa specie aliena invasiva, ricorda Genovesi, è stata introdotta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. “Noi scienziati siamo un po’ delle Cassandre: sapevamo che avrebbe potuto provocare impatti e lo abbiamo detto. Però l’interesse è stato molto basso fino al 2023 quando è esploso il problema e tutti si sono mossi arrivando a spendere più di 50 milioni di euro per cercare di contrastarlo”.Così il professore ritorna al rapporto tra scienza e politica, concentrandosi sulla capacità di comunicare con i cittadini. Dopo l’emergenza Covid-19, “abbiamo capito che la prevenzione è importante in ambito sanitario, ma in altri campi è difficile trasmettere il messaggio della necessità di un intervento. Non sempre le persone ti capiscono quando dici: ‘Agiamo su una specie che ancora non provoca nessun problema’”. Un modello positivo, racconta Genovesi, è quanto sta accadendo in Puglia, dove in questi giorni è stata segnalata la presenza del calabrone asiatico: “Gli apicoltori, che già sapevamo della minaccia grazie anche alla nostra azione di comunicazione, si sono attivati e ora stanno lavorando con noi per rimuoverlo. Sicuramente il modo più efficace per intervenire è tentare di eradicare questo piccolo nucleo”, conclude l'esperto.