Mentre l’Europa discute di sicurezza energetica, gasdotti e materie prime critiche, sta forse trascurando la leva geopolitica più sottovalutata dell’intera transizione: la conoscenza. Il punto di Francesco Cupertino, presidente di Fondazione Nest-Network for Energy Sustainable Transition

Il dibattito sul Piano Mattei si è concentrato soprattutto sulle infrastrutture, sugli approvvigionamenti energetici e sul ruolo dell’Italia come hub mediterraneo. È una prospettiva comprensibile, ma ridurre il rapporto tra Europa e Africa a una questione di investimenti infrastrutturali rischia di replicare un paradigma già visto, quello in cui i Paesi africani vengono considerati principalmente mercati di sbocco o fornitori di risorse, mai co-protagonisti della trasformazione.

La vera partita della transizione energetica globale si giocherà, infatti, anche sulla capacità di costruire competenze locali, filiere tecnologiche e capitale umano. Le infrastrutture possono essere finanziate in pochi anni, la creazione di ecosistemi industriali richiede invece decenni, ma è su questo che si misura la differenza tra presenza e influenza.

Le recenti missioni svolte da Fondazione Nest nell’ambito del programma di cooperazione scientifica sviluppato in collaborazione con Fondazione Maes (Mediterranean Academy for Energy & Sustainability) hanno mostrato che per diversi Paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana il problema non è più soltanto produrre energia. È anche gestire reti elettriche ibride, integrare fonti rinnovabili intermittenti, sviluppare sistemi di accumulo e digitalizzare la distribuzione. Tutte attività che richiedono, prima di tutto, di formare tecnici e ricercatori locali qualificati.