C’è una voce, nella dichiarazione dei redditi di quest’anno, che farà sudare freddo più di altre: quella dedicata alle criptovalute. Mai come nel 2026 il rapporto tra tasse e crypto è diventato un terreno scivoloso: compilare il quadro RW e il quadro RT è oggi un esercizio dall’esito incerto, costoso e potenzialmente sanzionabile. La ragione è doppia. Da un lato, la Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) ha cambiato di nuovo le regole del gioco: aliquota sulle plusvalenze portata dal 26% al 33%, addio definitivo alla franchigia dei 2.000 euro, ingresso dei cripto-asset nel calcolo dell’ISEE. Dall’altro, il numero di italiani con almeno un wallet continua a crescere: secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, a gennaio 2026 il 7% dei consumatori italiani — circa 2,8 milioni di persone — possiede crypto-asset. Tradotto: una platea enorme di piccoli risparmiatori si ritrova, in queste settimane, a dover ricostruire transazione per transazione la propria posizione fiscale. Spesso pagando un commercialista, o un software di calcolo specializzato, o entrambi. In questo scenario si inserisce una novità che merita di essere raccontata, perché è la prima del suo genere in Italia. Cryptosmart, exchange con sede a Perugia partecipato dalla Banca Popolare di Cortona, ha annunciato di essere il primo operatore italiano a integrare gratuitamente sulla propria piattaforma il regime fiscale amministrato sulle criptovalute. In pratica: l’exchange diventa sostituto d’imposta e si occupa direttamente del calcolo delle plusvalenze, della trattenuta e del versamento all’Agenzia delle Entrate. L’utente, da parte sua, non deve più inserire le proprie crypto nella dichiarazione dei redditi. Il modello è quello dei broker tradizionali «È esattamente quello che da decenni avviene per chi investe in azioni e obbligazioni con un broker tradizionale», spiega Alessandro Frizzoni, founder e CEO di Cryptosmart. «Oggi lo portiamo, per la prima volta, anche nel mondo delle criptovalute». Il riferimento è al meccanismo che chiunque abbia un conto titoli conosce: banche e broker trattengono in automatico le imposte su capital gain, cedole, dividendi. Il risparmiatore non vede mai un quadro RT compilato a mano, non rincorre scadenze, non calcola LIFO o FIFO. Sulla finanza tradizionale è la normalità da quasi trent’anni. Sul fronte della tassazione criptovalute, invece, fino a oggi era semplicemente impossibile: nessun exchange operante in Italia aveva mai assunto il ruolo di sostituto d’imposta per gli asset digitali. La svolta normativa che lo ha reso possibile è recente. Il quadro è stato disegnato dalla Legge di Bilancio 2023 (commi 126-147 della L. 197/2022), che ha aperto alla figura dell’intermediario abilitato per le cripto-attività, e dall’interpello dell’Agenzia delle Entrate n. 135/2025, che ne ha chiarito i contorni operativi. Cryptosmart è il primo a portare la cosa a terra. Cosa cambia, in concreto, per l’utente Aderendo al regime amministrato, l’exchange si fa carico di tutta la filiera fiscale. Calcola in automatico plusvalenze e minusvalenze su ogni operazione rilevante — vendite contro fiat, conversioni in stablecoin in dollari, utilizzo di crypto per acquisti, proventi da staking e lending — applicando il metodo LIFO previsto dalla normativa. Trattiene l’imposta sostitutiva (33% per Bitcoin, Ethereum e altcoin “classici”; 26% per i pochi e-money token in euro conformi a MiCAR) al momento del realizzo. Versa l’importo all’Erario tramite F24 entro le scadenze. Gestisce anche il riporto delle minusvalenze nei quattro anni successivi, compensandole con le plusvalenze future, e assolve l’imposta di bollo dello 0,2% sul valore detenuto. Per chi opera esclusivamente su Cryptosmart, la conseguenza pratica è netta: i crypto-asset gestiti in regime amministrato non vanno più indicati nel quadro RT, e la posizione di monitoraggio si semplifica. In altre parole, la dichiarazione criptovalute diventa un capitolo che scompare dal 730. Per molti piccoli risparmiatori significa non dover più ricorrere al commercialista esclusivamente per le crypto. Il caso di chi ha asset all’estero (o nel cassetto) C’è poi un secondo aspetto, forse il più interessante per chi negli anni ha accumulato Bitcoin su exchange internazionali o in cold wallet personali — Ledger, Trezor, MetaMask — e si è ritrovato, dichiarazione dopo dichiarazione, in una zona grigia fatta di report incompleti, conversioni a tassi storici e dubbi sul quadro RW. Il servizio è infatti accessibile anche a chi non opera abitualmente con Cryptosmart: basta trasferire gli asset sulla piattaforma italiana per farli entrare nel perimetro del regime amministrato. Questo non cancella eventuali irregolarità pregresse — per quelle resta la strada del ravvedimento operoso — ma offre quello che in gergo si chiama un “punto pulito di ripartenza”: da quel momento in avanti, gli adempimenti li gestisce l’exchange. Gratuito (davvero) L’altro dettaglio rilevante è il prezzo: zero. Il regime amministrato non prevede né costi di attivazione né canoni periodici; l’utente paga solo le commissioni di trading standard. È un’anomalia in un mercato in cui i software di tax reporting per crypto — CryptoBooks, Koinly, Okipo, Waltio — costano in genere tra i 100 e oltre 500 euro l’anno per i profili più operativi, a cui di norma va aggiunta la parcella del professionista. Il contesto: perché succede ora La spinta non è solo commerciale. Dal 2027 entrerà in vigore la direttiva europea DAC8, che imporrà agli exchange europei la comunicazione automatica dei dati delle operazioni dei propri clienti alle autorità fiscali nazionali. In altre parole: a partire dal prossimo anno l’Agenzia delle Entrate avrà visibilità diretta su gran parte dei movimenti effettuati su piattaforme regolamentate UE. La stagione delle posizioni “fuori radar” si sta chiudendo, e per molti risparmiatori — soprattutto i piccoli, quelli che fino a ieri tenevano qualche centinaio di euro su un wallet senza pensarci troppo — la scelta diventa concreta: imparare a districarsi nei moduli, pagare qualcuno che lo faccia, oppure delegare tutto a un intermediario abilitato. Il 730 di quest’anno, in fondo, è solo l’antipasto. Il vero spartiacque arriverà con la dichiarazione del 2027, quando il fisco saprà già quasi tutto. E in quel momento, avere le imposte sulle crypto già versate alla fonte non sarà più una comodità: sarà una forma di pace dei sensi.