Se c’è un attimo che Conte cancellerebbe dalla sua bella e intensa storia azzurra è il 72’ di Copenaghen-Napoli, penultima partita del mini-torneo di Champions League del 20 gennaio scorso. Rigore per i danesi (in dieci) causato da uno dei tanti errori commessi da Buongiorno in questa stagione e pareggio degli avversari. L’attimo in cui si è infranta la speranza di accedere al playoff e si è materializzato il trentesimo posto in classifica. Da qui dovrà ripartire il Napoli del post- Conte, un allenatore che ha dato nella prima stagione una spinta emotiva molto forte al gruppo, che nella successiva non è riuscito a reggere lo stesso ritmo per problemi fisici e anche mentali perché certi imbarazzanti approcci alle partite hanno pesato in termini di risultati.
Ripartire, dunque, dall’ambizione di farsi strada anche in Europa e di raggiungere il livello internazionale che la città ha conquistato con quella stessa intensa visione imprenditoriale che De Laurentiis mette nel calcio da ventidue anni. Dopo le sofferenze in serie C serie B l’approdo nelle coppe è stato quasi immediato, con la qualificazione in Europa League del 2010 e in quella in Champions League del 2011. Sedici partecipazioni in 17 stagioni, la prossima è la decima iscrizione alla Champions. E l’auspicio è che il Napoli superi stavolta la prima fase e raggiunga la seconda, a cui ha partecipato una sola italiana, l’Atalanta, presa a pallate dal Bayern Monaco, con 10 gol in due partite. La qualità del calcio italiano è questa e serve tempo per elevarla. Il Napoli, vincitore della Coppa Uefa nel 1989, è arrivato al massimo ai quarti di Champions con Spalletti, che venne criticato da De Laurentiis per l’eliminazione contro il Milan, trascurando i non insignificanti particolari dell’impiego di Elmas come prima punta al Meazza (i titolari erano tutti infortunati) e di errori arbitrali nelle due gare. Quando Maradona entrò nello spogliatoio del Napoli, più di quarant’anni fa, trasmise ai suoi compagni quella mentalità vincente che portò gli azzurri ai primi importanti successi della storia. È quella infusa nel suo biennio da Spalletti, che non si sorprese di quanto accaduto nella successiva stagione perché vedeva nell’assenza dell’allenatore-leader il vero problema. È quella che grazie a Conte ha spinto il Napoli oltre il limite, con risultati di prestigio riconosciuti dalla città. Serve quel tipo di uomo al comando, una scelta abbinata ai giusti ricambi. In questi anni la società si è rivolta al mercato migliore, quello della Premier League. In questa stagione non tutti gli investimenti hanno funzionato anche a causa di ripetuti infortuni. Gli ingaggi di Anguissa, McTominay, Lukaku, Gilmour, Hojlund e De Bruyne restano operazioni fatte nel tempo in funzione di una crescita della squadra. McTominay e Hojlund sono pilastri per il futuro, Gilmour è maturo per subentrare a Lobotka mentre resta da chiarire il destino di De Bruyne, più per l’aspetto motivazionale che fisico. Nell’ultima gara di campionato, ieri pomeriggio, si è avuta la conferma di quanto funzioni Kevin da assistman: spettacolare il suo servizio per il danese, che purtroppo non ha potuto sfruttarli per un lungo periodo. Nell’Europa che conta il Napoli può recuperare un importante spazio. E sarebbe importante che questo, con investimenti giusti (rispettare l’equilibrio finanziario non è un segno di debolezza ma di forza) e guida tecnica di valore, iniziasse ad avvenire nella stagione del centenario che la società e la città celebreranno in agosto. Il riscatto del cartellino Hojlund è un felice obbligo perché al di là del numero dei gol e di difficoltà prevedibili nel primo campionato lui ha davvero un’anima azzurra: un combattente. Su Alisson (peccato che abbia chiuso questo buon spezzone azzurro con un infortunio) e Vergara, altri 23enni, non pesino paragoni e siano liberi di giocare il loro calcio, talvolta fuori dagli schemi, perché la libertà di pensiero è ciò che ha impoverito il campionato italiano. C’è altro, non soltanto la qualità tecnica che si è abbassata determinando le figuracce dei club e della Nazionale. La questione degli stadi, ad esempio, è dolorosa e rischia di condizionare fortemente l’organizzazione di Euro2032. È un tema caldo a Napoli, dove - secondo il calcolo di Tommaso Bianchini, direttore generale dell’area business della società - vi sono mancati introiti per 70 milioni, quelli che assicurerebbe un nuovo stadio con tutti i servizi che al Maradona mancano per i tifosi di ogni fascia. L’aspirazione di una duratura dimensione europea per un club che si autofinanzia può essere legittimata anche con un impianto all’altezza.










