Uno studio su quasi 500 persone mostra quanto sia diventato difficile riconoscere una voce artificiale in una conversazione
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La parte strana sta nel tonoUna chat di cinque minuti bastaIl test di Turing cambia faccia
Capita già adesso, senza fantascienza e senza ologrammi. Una chat si apre, qualcuno risponde con una battuta, sbaglia un dettaglio, usa una frase un po’ storta, magari mette quella leggerezza da persona vera che ti fa abbassare la guardia. Per anni abbiamo pensato di riconoscere l’intelligenza artificiale dalla perfezione, dalle risposte troppo lisce, dalla cortesia meccanica, da quella specie di sorriso da reception automatica. Il guaio è che i modelli più avanzati stanno imparando un’altra cosa: la piccola imperfezione sociale.
Un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences e condotto da ricercatori dell’Università della California San Diego riporta il test di Turing dentro una forma molto vicina all’idea formulata da Alan Turing nel 1950: una persona conversa in contemporanea con due interlocutori, uno umano e uno artificiale, poi deve capire chi dei due sia la persona vera. Nei test sono stati coinvolti quasi 500 partecipanti, tra studenti universitari e un campione online più ampio, con conversazioni testuali di cinque o quindici minuti.








