Il weekend televisivo si è trasformato in uno specchio generazionale della musica italiana

Un venerdì d’autore e un sabato di grande festa popolare: il weekend televisivo si è trasformato in uno specchio generazionale della musica italiana, dividendo la platea tra l’intimità autoriale di Fiorella Mannoia su Rai 1 (una replica del concerto tenuto a Caracalla) e l’energia nostalgica dei Pooh su Canale 5: «Il concerto per i 60 anni dei Pooh - La nostra storia in Arena». Ma qualcosa dev’essere andato storto nel grande disegno della memoria e dell’identità nazionalpopolare. Il pubblico ideale di Fiorella Mannoia non è certo quello che vorrebbe questa Rai governata dalla destra. Mannoia viene percepita come artista «impegnata», interprete di testi introspettivi, attenta ai temi sociali e a una comunicazione che parla a un pubblico progressista, quello che in sociologia spicciola viene chiamato «ceto medio riflessivo». È un’immagine costruita sia dal repertorio sia dal modo in cui i media la collocano culturalmente. Il sabato di Canale 5 ha risposto con le luci e il rito collettivo dell’Arena di Verona, feudo storico del ministro Gianmarco Mazzi. I Pooh avevano annunciato il ritiro ma sarà per un’altra volta. Sul palco dell’anfiteatro veronese Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli hanno ripercorso sei decenni di musica attraverso un grande racconto live, aneddoti inediti e ricordi. Ospiti della serata, Giuliano Sangiorgi, Noemi, Ermal Meta e Marco Masini. Qui il pubblico ideale ha un’altra pelle: diventa tribù, famiglia, coro. È la generazione del boom, degli amori nati negli anni ‘70 e ‘80, cresciuta a pane e tastiere spaziali, ma capace di coinvolgere figli e nipoti. Chi sceglie i Pooh cerca l’evasione pura, l’epica del «complesso» che ha fatto la storia, la celebrazione di un’amicizia senza tempo. È un telespettatore che non vuole solo ascoltare, ma cantare a squarciagola dal divano. Un pubblico cresciuto, appunto, su Rai 1 ma ora «merce» d’oro per la tv commerciale: caloroso, nostalgico, legato a un repertorio che è la «colonna sonora» di intere vite. Due serate speculari, insomma. Da un lato il venerdì dell’ascolto e della parola; dall’altro il sabato dell’energia e del coro, due mondi distanti eppur vicini.