Jonas Vingegaard, 29 anni, in maglia rosa dopo il trionfo a Pila, in Val d’AostaMilano, 24 maggio 2026 – Se il finale sembra già scritto, canovaccio e sceneggiatura sono ancora tutti da mettere nero su bianco. Jonas Vingegaard, il danese “re pescatore“ (nel suo curriculum, prima degli allenamenti pomeridiani al vento, il lavoro con i genitori al mercato del pesce), salvo imprevedibili imprevisti alzerà il Trofeo completando la tripla corona – Tour, Giro, Vuelta –, ottavo nella storia a riuscirci. Ma il resto della top ten è ancora tutto da assegnare.
Ogni crollo, crisi di fame, errore in curva, foratura o scivolata può costar cara: perché tra il ritardo di 2 minuti e 26 secondi della sorpresa portoghese Alfonso Eulalio, che comunque vada avrà indossato la maglia rosa più giorni di Vingegaard, e i 6 minuti e 13 secondi di ritardo dal suo capitano di Davide Piganzoli, tutto può accadere. Con l’ulteriore incognita non solo degli abbuoni al traguardo, ma anche di quelli del “chilometro Red Bull“.
La lezione dell’anno scorso, con il terzo incomodo Simon Yates spuntato in rosa all’ultima curva tra i due litiganti Del Toro e Carapaz, dovrebbe aver insegnato qualcosa. Nel Giro d’Italia, più che nelle altre corse a tappe, mai dire mai. E i vari Felix Gall (finora meraviglioso), i redivivi Thymen Arensman e Jai Hindley, le mine vaganti Michael Storer e Derek Gee, il talentuoso Ben O’Connor e il campioncino di casa Giulio Pellizzari, sono racchiusi in pochi minuti, con tanti chilometri di salita ancora davanti. Per fortuna.














