Et donc, il y aura. Donald Trump non mancherà l'appuntamento del G7 a Evian-les-Bains, sulle Alpi francesi, al via dal prossimo 15 giugno nell'elegante cittadina termale che ha conservato nel tempo un fascino da Belle Époque. Dagli sherpa raccolti nei giorni scorsi a Parigi per l'ennesima riunione preparatoria del summit arriva la buona notizia circa la presenza del tycoon. Ammesso sia da considerarsi tale visti i tempi che corrono, con l'epicentro delle continue scosse telluriche rintracciabile alla Casa Bianca. I dubbi sulla partecipazione di The Donald erano iniziati a circolare con forza al Consiglio informale europeo a Nicosia, lo scorso 24 aprile, rimbalzando in un lampo sulle agenzie di stampa. Con i leader già intenti a studiare le contromosse a una presunta assenza, compresa la possibilità di rendere pan per focaccia rispondendo picche all'invito a dicembre al G20 a Miami, "a casa" degli americani.

IL RISCHIO ANATRA ZOPPA A partire da Cipro, la slavina non si era più fermata, con le voci che avevano preso a rimbalzare nelle cancellerie dei 7 grandi, sottotraccia la preoccupazione dell'Eliseo, perché un G7 senza Usa sarebbe innegabilmente un'anatra zoppa, e a Emmanuel Macron le soluzioni azzoppate non son mai piaciute. Tanto da aver fatto slittare, in tempi non sospetti, il summit di un giorno per evitare sovrapposizioni con il compleanno del tycoon, che proprio il 14 giugno compirà 80 anni e ha già programmato da tempo festeggiamenti in pompa magna a Washington. Spente le candeline, Trump salirà sull'Air Force One destinazione Evian-les-Bains, anche se all'Eliseo resta la convinzione che, come già l'anno scorso in Canada, il presidente americano sforbicerà all'osso la sua permanenza al summit, non prima però di averlo terremotato a dovere. Anche perché a fare un giro ideale di tavolo c'è da mettersi le mani nei capelli.Non c'è leader del G7, infatti, che non sia entrato in rotta di collisione con Trump, tra battute infelici e affondi al vetriolo. La lista sarebbe troppo lunga da snocciolare da cima a fondo, ma basta citare alcuni scivoloni per comprendere il clima che il tycoon rischia di ritrovarsi in quel del G7 nell'Alta Savoia: la puntura alla giapponese Sanae Takaichi su Pearl Harbour, Keir Starmer che «non è certo Winston Churchill», Macron scimmiottato pubblicamente in svariate occasioni, il duello senza esclusioni di colpi a Davos con Friedrich Merz, e poi Giorgia Meloni, declassata da amica a traditrice, accusata di aver fatto mancare il suo appoggio quando gli States le hanno chiesto una mano.«Nulla di più falso», rispediscono le accuse al mittente da Palazzo Chigi. Anche se, ad esser precisi, la "difesa" della premier italiana alla White House non è mai arrivata, perché l'ormai ex «wonderful Giorgia» ha preferito trincerarsi dietro il silenzio, lasciando che tra Roma e Washington calasse il freddo. Marcando le distanze e sfilandosi da un abbraccio che nel tempo si è rivelato mortale, la debacle alle urne sulla riforma delle giustizia uno dei tanti indizi che fanno una prova a carico del tycoon. L'unico contatto per interposta persona, con il messaggio in bottiglia consegnato al segretario di Stato generale Marco Rubio, al quale la premier ha detto chiaro e tondo che sgambetti e colpi bassi non sono più ammessi, tanto più che li considera del tutto ingenerosi visto che l'Italia, al contrario di quanto accusa il numero uno della Casa Bianca, ha sempre fatto il suo, anche più.A Evian i due torneranno a vedersi. L'ultimo "incrocio", rigorosamente in videocall, risale all'11 marzo scorso, sempre per il G7 riunito da Macron in quattro e quattr'otto per fare il punto su Hormuz. Stavolta l'incontro sarà vis-à-vis, con gli altri big attorno al tavolo, perché difficilmente, stando a quel po' che trapela da via della Scrofa, la premier chiederà un bilaterale. Ammesso che Trump sia disposto a concederlo. Ma da qui al 15 giugno mancano 3 settimane, in politica equivalgono a un'era geologica. Nel mezzo può accadere di tutto, ma c'è una variabile che sembra giocare a favore della conservazione dello status quo, almeno per l'Italia: le urne tra un anno. Per la premier la posta in palio è altissima, vale il bis a Palazzo Chigi. Per questo tra i suoi fedelissimi sembra prevalere una tranquillità che quasi rasenta la strafottenza: «L'incontro con Trump? Comunque vada sarà un successo». Perché se anche dovesse finire a "schifìo", Meloni stavolta non ha nulla da perdere, semmai qualcosa da guadagnare. Lo dimostrano i sondaggi che documentano l'avversione degli italiani per il tycoon, tanto più ora che sono chiamati a fare i conti con la fiammata dei prezzi innescata dalla "sua" guerra all'Iran. E poi - anche questo va detto - l'elettorato di appartenenza della presidente del Consiglio, vale a dire lo zoccolo duro di Fdi, non è mai stato convintamente americano, tutt'altro. C'è chi ancora ricorda con nostalgia quando Fabio Rampelli e Gianni Alemanno finirono in manette per bloccare il corteo di Bush padre diretto a Nettuno, al cimitero americano. Correva l'anno 1989, di fatto girava un altro mondo. Ma appena tre anni dopo nelle file del Fronte della gioventù entrava una ragazzina della Garbatella, 15 anni appena. Il suo nome era Giorgia Meloni. E qualcosa vorrà pur dire.Sparatoria vicino alla Casa Bianca, ferito un passante. «Morto l'assalitore, aveva dei disturbi mentali»