Repek

La storia è ironica e impietosa. I vecchi comunisti aretini avevano coltivato un sogno: avere il sindaco. Aldo Ducci si era rivelato un ostacolo insormontabile ma nel 1990, pensionato l’uomo dalle 6 fasce, sarebbe scattata la storica occasione? No, era stata la volta di un altro socialista, Valdo Vannucci. Il 1995? Prima Repubblica sul viale del tramonto, partiti storici in dissolvimento. La sensazione era netta: in quel momento o mai più. È stato mai più, con un goccia di velenosa ironia sull’amaro boccone: prima era toccato agli alleati socialisti, adesso agli ex avversari democristiani. Il nome è quello di Paolo Ricci.

Ai vecchi comunisti, adesso Pds, non resta che la tradizionale fetta di torta: vice sindaco e qualche assessore. Dopo il Muro di Berlino e Tangentopoli, è il momento della glorificazione della società civile a danno delle tradizionale classe politica. Candidato è quindi Paolo Ricci, nato nel 1940, presidente dell’Ordine del commercialisti.

Anima politicamente Popolare e mente pragmaticamente operativa. Le elezioni del 1995 sono le prime con la scelta diretta del sindaco da parte dei cittadini. Il nome conta e quello di Ricci, nella società aretina, conta.

È un nome di parte ma non dichiaratamente divisivo. Nel suo profilo, la pagina dedicata alla professione è lunga e fitta. Quella per la politica è praticamente bianca: in filigrana c’è uno scudo crociato ma non compaiono né incarichi istituzionali né politici. Viene candidato per il centro sinistra ma non è certamente un uomo che odia o è in odio al centrodestra.