Trent’anni, nella moda, sono ere geologiche, eoni nei quali si può guardare ai fatti e all’estetica da una distanza congrua, enucleando i tratti duraturi, gli scarti rilevanti, i sobbalzi tellurici. Più ci si avvicina al presente, invece, più si rimane impigliati in quisquilie, in una emotività poco lucida. In una ricognizione di tale portata, la mappa che si dispiega davanti agli occhi è per forza di cose parziale e metamorfica; il terreno e la sua orografia, nonché i protagonisti, cambiano a seconda del punto di vista e del piano di viaggio. La scelta di chi scrive è certamente ambiziosa: attraversare il trentennio 1996-2026 surfando sulla cresta dell’onda all’inseguimento di quanti afferrano il sempre mobile spirito del tempo; illuminatori di sorti progressive che presto passano il testimone a coloro che incalzano da dietro e di lato, a loro volta inseguiti in un loop infinito nel quale l’influenza – vera, non influencing mercataro e farlocco – è una ricompensa ambita ma scivolosa e sfuggente. Il flusso non è mai lineare: le mutazioni avvengono subitanee e impreviste, mentre i luciferi possono essere molteplici nello stesso momento; in più ad alcuni, i più adattabili, è concesso di esalare il respiro del tempo diverse volte nel corso della carriera, vere fenici naturalmente pronte a incarnare quell’esigenza costante di cambiamento che è l’essenza stessa della moda. Raccontare l’ultimo trentennio attraverso le figure apicali – scelte in modo unilaterale e parziale, con buona pace degli esclusi, ma la moda non è una democrazia – capaci di rilasciare un’onda d’urto parallela sulla comunità creativa così come sui gusti delle masse, è un modo per accompagnare i cambiamenti profondi del sistema cogliendoli nella concretezza dei parametri stilistici condivisi. La mappa che si delinea, accelerata in un timelapse che comprime numerosi lustri in una manciata di righe, è solo in apparenza una cronaca; semmai, costruisce un succinto atlante di modi di fare, raccontare, vivere l’atto di vestirsi e la ricerca di bellezza che a esso sottende. Sullo sfondo, la consapevolezza che nella moda, come nell’esistere, nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto.