Dall'alto sembrano grasse testuggini grigie acquattate in fila lungo le piste. Poi l'aereo atterra e le tartarughe giganti si trasformano in cargo da rifornimento con le insegne militari americane: gli stessi che la notte del 28 febbraio, decollando uno dietro l'altro, hanno svelato che l'attacco Usa-Israele contro l'Iran stava per cominciare. Le decine di aerei statunitensi che occupano buona parte dell'aeroporto civile di Tel Aviv sono diventati il campanello d'allarme per la popolazione della città: se partono con quel fracasso infernale che fa tremare i palazzi, vorrà dire che Donald Trump ha preso una decisione. Non diplomatica. L'esercito israeliano è in stato di massima allerta, specie dopo che in una valutazione con i vertici militari e il ministro della Difesa Israel Katz è emerso che l'Iran potrebbe star pianificando un attacco a sorpresa contro il Paese e gli Stati del Golfo. Funzionari della sicurezza di Gerusalemme hanno indicato che Teheran potrebbe tentare di agire se a Washington decidessero che la via negoziale non è più percorribile. Di fatto, in Israele si respira un'aria sospesa, da mesi. La promessa del premier Benjamin Netanyahu, che aveva raccolto la benedizione delle opposizioni e di buona parte dei cittadini, non ha raggiunto lo scopo. I tre obiettivi principali - distruggere il programma nucleare iraniano, eliminare l'arsenale missilistico e rovesciare il regime degli ayatollah - non sono andati a segno. Il lavoro per ottenere la 'sicurezza' di Israele è rimasto a metà. Scatenando la rabbia della popolazione che ha sostenuto l'operazione di Bibi, accettando lutti e dolore, solo per necessità esistenziale. Ora, Hezbollah continua a lanciare ordigni contro il nord del Paese, le truppe dell'Idf contano morti e feriti nonostante la tregua e contrattaccano in Libano provocando danni e vittime, Hamas non disarma. Ma soprattutto, se un futuro accordo Usa-Iran includerà la revoca delle sanzioni economiche, il risultato porterebbe miliardi di dollari nelle casse iraniane, con cui continuare ad armare Hezbollah, Houthi, milizie sciite irachene, Hamas contro Israele. Una prospettiva disastrosa per il governo e per lo scenario elettorale che Netanyahu si appresta ad affrontare. Nonostante il presidente americano Donald Trump nella sera di sabato abbia rassicurato che non farà "un accordo non vantaggioso per Israele". Sulla situazione, il primo ministro ha convocato a conclusione dello Shabbat un incontro sulla sicurezza con i leader dei partiti della coalizione. I media intanto hanno sottolineato come si sarebbe evoluto durante la guerra il rapporto di Netanyahu con gli americani: "Da una situazione in cui gli ufficiali Usa sedevano nel bunker di comando dell'Idf a Tel Aviv e le decisioni venivano prese congiuntamente in tempo reale, a una realtà in cui Israele funge da subappaltatore, in attesa dell'approvazione per ogni azione", ha affermato il New York Times in un servizio a cui ha collaborato anche il giornalista israeliano Ronen Bergman di Yedioth Ahronoth. Se si tratti di speculazioni, commenti personali riferiti da fonti - frustrate - della Difesa israeliana, o se effettivamente la linea di Bibi riscuota meno fiducia di tre mesi fa nell'amico Trump, è difficile da affermare. La vicenda è più che complessa, i messaggi contrastanti inviati da tutte le parti in causa, compresi i Paesi del Golfo e i mediatori, mirano a ottenere risultati tanto di politica interna che diplomatici. Gli interessi enormi, non consentono di apporre certificazioni di verità in una situazione fluida che si presta a precipitare in ogni momento. In Israele sono veramente in pochi a mantenersi fiduciosi, il timore che da un momento all'altro scattino le sirene d'allarme si tocca con mano.
Iran: Israele tra venti di guerra e timori di un'intesa al ribasso - Notizie - Ansa.it
Il Nyt, 'Netanyahu non coinvolto nella trattativa'. Il premier convoca la coalizione (ANSA)








