Pubblicato il: 23/05/2026 – 19:07

COSENZA Gli eventi estremi si lasciano dietro il dramma della ricostruzione e l’attesa dei ristori in capo al pubblico ma anche i costi per i privati: nella Calabria “pendula”, in zona altamente sismica e sferzata dal maltempo – tra alluvioni, mareggiate, frane ed esondazioni – da ultimo a inizio 2026, l’esperienza sembra non aver insegnato nulla. Alla voce protection gap (vale a dire la quota di beni non coperti da assicurazione che, in caso di evento catastrofale, resta a carico di cittadini, imprese e finanza pubblica) la nostra Regione è infatti maglia nera: la parte prevalente dei costi medi annui attesi (il 93%) non è assicurata, cosicché una quota significativa del rischio rimane scoperta. Un dato doppiamente allarmante se si pensa che la Calabria, seguita da Emilia-Romagna e Umbria, si posiziona in testa alla classifica del danno pro capite in relazione ai costi complessivi di ricostruzione: una magra consolazione è che nelle regioni più ricche e produttive oltre che densamente abitate (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) il rischio è presente e non necessariamente riguarda le sole aree più pericolose dal punto di vista climatico, naturale e sismico; l’impatto degli eventi estremi nel Settentrione insomma è direttamente proporzionale alla concentrazione delle cosiddette “3 I” ovvero infrastrutture, imprese e immobili. A rivelarlo è il rapporto Natural Risk Index presentato di recente a Roma.