Il primo ministro: il piano è di Riccardo Cotarella. Saranno mappati i diecimila ettari di vigneto. Aiuteremo le cantine, puntiamo su qualità, tecnologia e enoturismo
Campione di basket, scultore, docente all’Accademia di Belle Arti. E ora anche cultore del vino. Edi Rama, primo ministro albanese, sogna e progetta il Rinascimento enologico del suo Paese. Conta su uve autoctoni e vigneti dalle radici antiche, trascurati negli anni del regime comunista di Enver Hoxha fino al 1991. Si riparte, l’Albania dei barconi è un ricordo. I turisti sono potenziali bevitori. Il modello di Rama è l’Italia del vino. Per questo il premier, che parla e scrive in italiano e ha un buoni rapporti con Giorgia Meloni, ha chiamato come consulente il presidente mondiale degli enologi, Riccardo Cotarella. Qual è la situazione dei vigneti in Albania?«L’agricoltura sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda.Per anni è stata vista come un settore di sopravvivenza, frammentato, familiare, quasi nostalgico. Oggi sta diventando un settore di identità, qualità e valore aggiunto. I vigneti sono una parte emblematica: non parliamo ancora di grandi volumi, ma di un potenziale molto serio. L’Albania ha circa 10 mila ettari di vigneti e una tradizione antichissima interrotta soprattutto dal comunismo. Poi si e ripresa per crescere anno dopo anno».C’è una rinascita?«Non solo una rinascita. È stata una restituzione. Il vino appartiene alla nostra storia, alla nostra terra, al nostro modo mediterraneo di vivere. Dopo gli anni ’90 ha dovuto quasi ricominciare da zero. Oggi vediamo famiglie, giovani produttori, enologi e imprenditori che stanno ricostruendo una storia».Qual è il progetto che state lanciando?«Semplice da dire e difficile da fare: mettere il vino albanese sulla carta geografica dell’Europa. Non come curiosità folkloristica, ma come prodotto serio di un paese mediterraneo con vitigni autoctoni, paesaggi straordinari e una nuova cultura della qualità. Abbiamo una bella garanzia per riuscirci: Riccardo Cottarella, grande maestro del vino, innamorato dell’Albania».Cosa farete?«Con Cotarella e con un bel gruppo di appassionati e addetti ai lavori, si andrà su tre direzioni: primo, mappare e proteggere le aree vitivinicole e i vitigni autoctoni; secondo, aiutare produttori e cantine a salire di qualità, con tecnologia, packaging, certificazione; terzo, collegare vino, turismo, gastronomia e territori».Qual è l’obiettivo?«Non è diventare un grande produttore industriale. L’Albania deve puntare s qualità, autenticità, rarità. Possiamo costruire un marchio: Albania, terra di vini autoctoni, piccoli territori, cantine familiari, paesaggi ancora veri».Può avere un mercato internazionale?«Sì, entrando dalla porta dell’identità. Nessuno nel mondo aspetta un Cabernet albanese qualunque. Ma un buon Kallmet, un buon Shesh i Zi, un buon Vlosh, un buon Puls e cosi via, con una storia vera dietro. Possono incuriosire e conquistare. Il mondo del vino cerca sempre nuove geografie, purché siano credibili. L’Albania può esserlo».Vi ispirate all’Italia?«L’Italia è una scuola mondiale del vino, ma soprattutto è la prova che il vino non è solo agricoltura. È paesaggio, cultura, architettura, cucina, memoria familiare, turismo, esportazione, orgoglio nazionale. Però ispirarsi non vuol dire copiare. Il nostro vino deve parlare albanese».Puntate sull’enoturismo?«Assolutamente sì. L’enoturismo è forse la parte più naturale del progetto. L’Albania ha una fortuna enorme: il turista non cerca solo mare, ma esperienza. Vuole mangiare, bere, camminare, incontrare persone vere. Le cantine possono diventare porte d’ingresso ai territori: Berat, Përmet, Lezhë, Korçë, Shkodra, Elbasan, la valle del Vjosa e i stessi dintorni di Tirana o Durazzo. Non vogliamo solo vendere bottiglie. Vogliamo far vivere il luogo da cui quella bottiglia nasce».Con quale giro d’affari?«Non voglio sparare cifre magiche. Ma il vino è uno di quei settori dove l’impatto è molto più ampio della bottiglia: agricoltura, trasformazione, logistica, design, packaging, ristorazione, turismo, export, formazione. Una cantina ben fatta non crea solo lavoro diretto; crea un ecosistema».Le zone migliori?«Non vogliamo una sola capitale del vino, ma una costellazione. Berat ha già una forte reputazione; Lezhë è legata al Kallmet; Përmet ha un potenziale straordinario per natura, gastronomia e autenticità; Korçë e le zone più alte danno freschezza e carattere; Shkodra, Elbasan, Tirana e Durazzo hanno tradizioni e mercati vicini. La nostra forza è la diversità: mare, collina, montagna, fiumi, microclimi a poca distanza».I turisti apprezzano?«La reazione più frequente è sorpresa. E la sorpresa è un capitale prezioso. Molti arrivano senza aspettarsi molto dal vino albanese, poi scoprono cantine belle, produttori appassionati, vitigni sconosciuti e prezzi ancora ragionevoli. Il nostro compito è trasformare la sorpresa in fiducia».Ci sono giovani produttori?«Sì, ed è forse il segnale più bello. Ci sono giovani che non vedono più la campagna come una condanna, ma come uno spazio di impresa, creatività e ritorno alle radici. Alcuni hanno studiato fuori, altri hanno imparato in famiglia, altri ancora stanno sperimentando. Questa generazione è fondamentale perché unisce memoria e modernità».Qual è il suo vino albanese preferito? E italiano?«Tra gli albanesi ho un affetto particolare per il Kallmet, ha qualcosa di profondamente nostro. Tra gli italiani è impossibile scegliere senza fare torto a qualcuno».Il suo rapporto col vino?«Per me non è mai semplicemente alcol. È conversazione, tempo, tavola, amicizia. E nel lavoro che faccio è una rarità benvenuta».C’è un vino che le ricorda un episodio?«Più che un vino, mi ricordo certe tavole. In Albania, per molto tempo, il vino è stato anche questo: non un oggetto di lusso, ma un gesto di casa. E forse il rilancio del vino albanese deve partire proprio da lì: trasformare un gesto di casa in un biglietto da visita per il mondo».






