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C’è un’immagine che ritorna ogni volta che gli Stati Uniti discutono di scudi missilistici: quella di Ronald Reagan, il 23 marzo 1983, che annuncia in televisione un sistema capace di rendere le armi nucleari “impotenti e obsolete”. Era la Strategic Defense Initiative, battezzata quasi subito Star Wars da un’opinione pubblica tra il perplesso e il divertito. Quarant’anni e circa 500 miliardi di dollari dopo, quello scudo non esiste. Eppure l’idea è tornata, più ambiziosa che mai, sotto il nome di Golden Dome.

Il 27 gennaio 2025, con la firma dell’ordine esecutivo 14186, Donald Trump ha ordinato al Pentagono di costruire un sistema di difesa missilistica capace di proteggere l’intero territorio americano da qualsiasi attacco — balistico, ipersonico, da crociera. Un sistema non a terra, come quelli del passato, ma in orbita: una costellazione di migliaia di satelliti armati, in grado di abbattere i missili nella fase di lancio prima che dispieghino le loro testate. Il presidente ha promesso operatività entro la fine del suo mandato, un costo di 175 miliardi di dollari e un’efficacia “vicina al cento per cento”.

Il 19 maggio 2026, un gruppo di parlamentari democratici si è presentato a una conferenza stampa a Washington con in mano un rapporto firmato dall’International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW), da Physicians for Social Responsibility (PSR) e dalla campagna Back from the Brink. Il documento simulava uno scenario di attacco missilistico contro gli Stati Uniti ipotizzando un Golden Dome attivo e operativo. Risultato: anche con un’efficacia dell’80% — che gli stessi autori definiscono un obiettivo “ottimisticamente irrealistico” rispetto alla storia quarantennale dei sistemi di difesa missilistica — lo scudo lascerebbe esposte 132 aree metropolitane con 75 milioni di abitanti in totale. Le proiezioni indicano che un grande scambio nucleare causerebbe il collasso della rete elettrica e della distribuzione alimentare statunitense, con oltre un miliardo di morti nel mondo nei mesi successivi all’attacco.