Si torna in aula a giugno, quando la Corte di Assise monzese sentirà la testimonianza del figlio primogenito di Geraldine che nel frattempo diventerà maggiorenne.

La difesa di parte civile dei due fratelli, che rappresenta il Comune di Macherio loro tutore, ha chiesto l’ausilio della stanza per le audizioni protette a causa dei disturbi psicologici che il ragazzo ha sviluppato dopo la tragedia. Ma il locale presente a Monza è troppo piccolo per accogliere tutte le parti del processo, quindi la Corte ha deciso di ricorrere ad un paravento in aula per sottrarre il testimone alla vista dell’imputato seduto nell’apposito spazio con le sbarre riservato ai detenuti.

Non sarà invece sentito dai giudici il fratello quindicenne, a sua volta prostrato dalla vicenda. I due ragazzi ora vivono con la nonna materna. "Ora non faccio più un lavoro a tempo pieno per seguire i miei nipoti perché avevo paura che me li portassero via", ha sostenuto Juana.

L’imputato è accusato di omicidio volontario aggravato dalla relazione affettiva avuta con la vittima e anche di stalking, reati che riuniti insieme portano all’ergastolo. I familiari di Geraldine si sono rifiutati di partecipare ad un percorso di giustizia riparativa che sarebbe servito all’imputato per ottenere un’attenuante che portava ad uno ‘sconto’ sulla pena. "Non volevo ucciderla, la amavo", ha detto il 34enne quando ha confessato il delitto dopo il fermo, eseguito dai carabinieri che lo avevano sorpreso mentre tentava di fuggire dalla ex caserma di Macherio diventata il suo rifugio.