La notte del 4 agosto 2020 un'esplosione nel porto di Beirut – in Libano – ha smembrato interi quartieri della città e ucciso più di duecento persone. Nelle ore e nei giorni successivi, mentre le organizzazioni umanitarie cercavano di capire l'entità del danno e decidere dove concentrare i soccorsi, i satelliti avevano già fotografato tutto: l'area distrutta, le zone limitrofe colpite dall'onda d'urto, e persino la distribuzione dei danni, edificio per edificio. Quei dati erano pubblici, disponibili a chiunque sapesse leggerli: il problema è che gestirli e interpretarli non è semplice, e le organizzazioni che ne avrebbero tratto più beneficio erano anche quelle meno attrezzate per farlo. «Quell’occasione è stata una delle prime volte in cui i dati satellitari sono stati usati per valutare quanto le persone fossero impattate da un disastro di grande portata», racconta Elisabetta Pietrostefani, ricercatrice in Geographic Data Science all'università di Liverpool e vicedirettrice del Geographic Data Science Lab.
«Nei mesi successivi all'esplosione è stato possibile aiutare concretamente, in un momento in cui scegliere dove intervenire era una questione urgente e nient’affatto banale».
Questa settimana la ricercatrice è ospite di Spaceraise, la summer school internazionale organizzata a L’Aquila dal Gran Sasso Science Institute (GSSI) e coordinata da Francesco Basciani, dedicata quest'anno proprio ai dati geospaziali e alle loro applicazioni nelle scienze sociali. Alcuni dei professori del GSSI hanno in passato collaborato con la London School of Economics, e quella rete ha costruito nel tempo un dialogo continuo su temi - disastri, vulnerabilità urbana, utilizzo dei dati come strumento di risposta umanitaria - che sono al centro del lavoro di entrambe le istituzioni. E L'Aquila, del resto, è un luogo in cui queste domande hanno un peso specifico che va oltre la ricerca.







