È sabato pomeriggio e da una piccola finestra a piano terra, in una via del quartiere Garbatella a Roma, risuona una musica. «Parachute», «give them a run» grida una voce decisa e affannata. In risposta si sentono risate e il parquet che scricchiola, calpestato da molti piedi contemporaneamente. Sullo sfondo una parete gialla con una scritta nera: «Todo lo malo se va bailando». Solitamente tra queste mura si ballano salsa e bachata, ma Beatrice sta tenendo una lezione di Dancehall. È un’advocacy officer per una Ong femminista, vive a Roma e si è avvicinata alla Dancehall nell’ottobre 2013. Racconta di aver iniziato per caso, quando ha accompagnato una sua amica a una lezione di prova. Dice di esserne rimasta «stregata»: «Non era solo una semplice lezione di danza in cui l’insegnante ti insegna lo step e la coreografia, ma era un salto all’interno di un’altra cultura. Ogni passo di danza, ogni canzone aveva una storia dietro sia di persone creatrici sia del popolo giamaicano». Da quel momento in poi ha continuato a studiare e da qualche anno è diventato il suo secondo lavoro. Una volta a settimana prenota la sala prove e tiene una lezione con un piccolo gruppo di ragazze arrivate lì come lei, con il passaparola: «Grazie alla Dancehall ho conosciuto diverse persone che oggi reputo tra le mie migliori amiche. Alcune le vedo ogni settimana, con alcune condivido una passione forte e con altre sono stata in Giamaica o le ho conosciute lì». Nella comunità di ballerine la dimensione competitiva è molto presente, ma si intreccia con pratiche di allenamento condiviso e sostegno reciproco. Chi può va anche in Giamaica per frequentare le lezioni con insegnanti del posto e per vivere, di sera, il vero habitat della Dancehall: il «party», tra casse giganti per strada, paesaggio colorato e outfit sgargianti.