La stalker di Madalina Ghenea è stata condannata in primo grado a 1 anno e 6 mesi. Secondo la giudice del Tribunale di Milano, avrebbe costretto la 45enne a vivere “nella paura” e a limitare “l’esposizione pubblica” per “paura per sé e la sua famiglia”.

Madalina Ghenea

C'è stata "l'assenza di qualunque cenno di resipiscenza" e una "giustificazione del tutto illogica e fantasiosa" dietro la condanna, in primo grado, a 1 anno e 6 mesi per la 45enne ritenuta colpevole di atti persecutori ai danni della modella e attrice Madalina Ghenea. Secondo la giudice Elisabetta Canevini del Tribunale di Milano, la donna avrebbe usato account falsi per bersagliare la 37enne sui social con commenti offensivi e denigratori, provando a difendersi sostenendo che qualcuno si fosse impossessato in modo fraudolento delle sue credenziali. La 45enne dovrà anche versare una provvisionale di 40mila euro a Ghenea e 10mila euro a sua madre, costituite parte civile con l'avvocata Maria Manuela Mascalchi, mentre per i danni chiesti pari a 5 milioni di euro dovrà affrontare il processo davanti al Tribunale Civile.

Le "crisi di panico" e la riduzione della "propria esposizione pubblica" Stando a quanto ricostruito, dal 2016 gli account social di Ghenea sono stati sommersi da commenti offensivi e minacce di morte. Dietro a quei numerosi account, ci sarebbe stata una donna di 45 anni, di nazionalità romena come l'attrice, che nel 2021 era arrivata a promuovere una campagna mediatica denigratoria e minacciosa inviando messaggi e mail anche ai registi Paolo Sorrentino, Paolo Genovese e Ridley Scott. Come sottolineato nelle motivazioni che hanno portato alla sentenza in primo grado, questa situazione avrebbe generato nella modella e attrice un "costante e protratto stato di ansia, tuttora presente", causandole anche "crisi di panico, paura per sé, per la figlia e per la madre". Per provare a sottrarsi a queste condizioni e "ridurre al massimo la propria esposizione pubblica", la 37enne avrebbe dovuto limitare i "suoi contatti social" che, data la natura della sua professione, costituiscono una "vetrina' importante per il suo lavoro". In questo modo, la vittima aveva dovuto modificare il suo stile di vita "per timore di uscire di casa e nella preoccupazione che ciascuna delle persone a lei vicine potesse essere l'autore o l'autrice dei messaggi che la perseguitavano".