Si apre con un’immagine quasi fisica, quasi scomoda: Rafael Nadal che racconta il momento in cui “si stava affogando con la propria saliva”. È da lì che parte il documentario Rafa, in uscita su Netflix il 29 maggio, dove il maiorchino sceglie di smontare la versione del campione invincibile per mostrare quella più fragile, umana, a tratti spiazzante.
Rafael Nadal non parla di trofei, ma di vuoti. Di un corpo che a un certo punto non risponde più come dovrebbe. Nel racconto emerge soprattutto il 2015, l’anno della svolta negativa, quello in cui anche le cose più semplici diventano difficili da gestire. “Nel 2015 ho attraversato un periodo durissimo, durato circa un anno — spiega Nadal — Per la prima volta non riuscivo più a controllare cose che avevo sempre gestito naturalmente”.
È un crollo silenzioso, che non riguarda solo il campo: “Ho sempre pensato di dover risolvere tutto da solo — racconta ancora — ma a un certo punto non era più solo pressione sportiva”. Ed è fuori dal tennis che arriva il segnale più forte: “Uscivo a passeggiare con una bottiglia d’acqua perché avevo la sensazione di soffocare con la mia stessa saliva”. Da lì inizia un percorso diverso, meno sportivo e più personale. “Sono andato prima da una psicologa, poi da uno psichiatra. Con la terapia sono migliorato”, racconta il campione, che per la prima volta mette al centro non la performance ma la fragilità.










