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C’è una rappresentazione che più di altre ha contribuito negli ultimi quattro secoli a costruire l’immagine collettiva del dodo, l’uccello dell’isola di Mauritius che si estinse nella seconda metà del Seicento. È un quadro dipinto nel 1626 dal pittore fiammingo Roelant Savery e mostra un animale tozzo, quasi sferico, con zampe corte e un’andatura apparentemente pesante e incerta. L’idea che abbiamo più o meno tutti del dodo: un uccello un po’ stupido e incapace di adattarsi e che per questo si estinse in poco tempo.
Un’idea sbagliata.
Oltre al dipinto del 1626, Savery aveva rappresentato il dodo in altri quadri, mantenendo più o meno le stesse fattezze e proporzioni. Si era basato sulle testimonianze di chi aveva osservato in natura quello strano uccello di Mauritius, l’isola a est del Madagascar, e forse aveva visto alcuni dodo che erano stati trasportati via nave nei Paesi Bassi, ingrassati dopo mesi di cattività o impagliati male. Quegli individui non erano certo nelle stesse condizioni dei loro simili che vivevano sull’isola e questo falsò probabilmente la loro rappresentazione.
Alcuni decenni dopo il dodo si estinse e i dipinti di Savery divennero il punto di riferimento per descrivere quello strano uccello esotico. Artisti e illustratori in tutto il mondo si ispirarono a quei quadri e le loro illustrazioni finirono in trattati scientifici, enciclopedie e in opere di grande successo come il romanzo del 1865 Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Nel 1951 il cartone animato di Disney mostrava Capitan Libeccio (nella versione italiana), un panciuto e sconclusionato dodo che correva una “maratonda” attorno a un fuoco sulla spiaggia, per asciugarsi mentre veniva perennemente infradiciato dalle onde del mare. Ancora nel 2002 un gruppo di dodo tozzi e insulsi marciava nel film di animazione L’era glaciale.









