“Se facciamo più figli, avremo meno necessità di immigrati regolari”. Sembrerebbe una frase sentita al bar, birra in una mano, carte da gioco nell’altra, opinioni buttate lì su politica e immigrazione senza pensarci troppo. E invece a dirlo è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Ci sono frasi che raccontano molto più di quanto probabilmente vorrebbero raccontare. Perché dentro queste parole c’è un’idea molto precisa di immigrazione: non persone, non cittadini, non società. Funzione economica. Necessità temporanea. Una soluzione di emergenza da usare finché l’Italia non tornerà a produrre abbastanza figli “suoi”. E con “suoi” intendiamo quelli a cui non chiedi tre volte “ma di dove sei veramente?” dopo che ti hanno già risposto “sono di Roma” o “vengo da Firenze”.
Braccia quando servono. Problema quando diventano presenza stabile.
Ed è questo il punto che continua a sfuggire nel dibattito pubblico italiano. L’immigrazione viene ancora raccontata come qualcosa di provvisorio, quasi un’anomalia causata dalla crisi demografica. Come se esistesse un’Italia “normale” a cui un giorno potremo tornare, riducendo il bisogno di lavoratori stranieri.
Solo che quell’Italia non esiste più da tempo.








