La prima vittima risale a fine aprile. Il 24, ha fatto sapere il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo, un’infermiera si è presentata con i sintomi in un ospedale di Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri, e lì è morta pochi giorni dopo. Il 5 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ricevuto un alert per una “malattia sconosciuta ad elevata mortalità” segnalata nella stessa area, dove le vittime erano diventate già 4. Solo il 15, quando i casi sospetti erano già 200, l’agenzia dell’Onu ha dichiarato l’epidemia di ebola in Congo e in Uganda un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale.

Lo stesso 15 maggio gli epidemiologi lanciano i primi allarmi. E’ “uno dei 10 più grandi focolai di ebola della storia – twitta Ashish K. Jha, tra i massimi esperti mondiali di sanità pubblica, coordinatore della risposta al Covid-19 della Casa Bianca tra il 2022 e il 2023 -. Ne veniamo a conoscenza solo ora? Non ha senso. Ci vogliono settimane perché quei numeri si accumulino”. Oggi i casi confermati in Congo sono 33, 600 quelli sospetti e 139 le vittime. Ma è probabile che i numeri rilevati finora siano solo una frazione di quelli reali. Tanto che secondo l’Oms “continueranno ad aumentare, considerato il tempo in cui il virus ha circolato prima che l’epidemia venisse rilevata”.