Per quasi quattro anni il veto di Viktor Orbán aveva tenuto il Patriarca Kirill fuori dalla lista nera dell’Unione europea. Il governo ungherese difendeva quella protezione come una questione di libertà religiosa mentre i servizi di intelligence di mezza Europa la leggevano diversamente. Orbán non è più a Budapest, e il suo successore Péter Magyar ha fatto sapere a Bruxelles che l’Ungheria non ostacolerà le sanzioni contro il capo della Chiesa ortodossa russa. Secondo un’esclusiva di Euronews, un mini-pacchetto di misure restrittive è in preparazione: gli ambasciatori dell’Unione europea ne discuteranno questa settimana, con l’obiettivo di adottarlo al Consiglio Affari esteri del 15 giugno.
La sanzione su Kirill non è solo un atto simbolico nei confronti di una figura religiosa. Secondo quanto rivelato tre anni fa da SonntagsZeitung e Matin Dimanche, negli anni Settanta il Patriarca – allora archimandrita Vladimir Gundjaev, rappresentante del Patriarcato al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra – era un funzionario del Primo direttorato principale del KGB, sotto lo pseudonimo operativo Mikhajlov. Nel 2024, il Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha adottato una risoluzione che qualificava la guerra in Ucraina come «guerra santa»: una legittimazione canonica dell’aggressione che colloca strutturalmente il Patriarcato fuori dall’ambito delle organizzazioni religiose ordinarie.








