«Ha visto il video in cui Itamar Ben-Gvir umilia gli attivisti della Flotilla?» Da Limentani, negozio aperto fra il Tempio Maggiore, il Portico d’Ottavia e il Teatro di Marcello nel 1820 quando ancora gli ebrei erano rinchiusi nel ghetto, scuotono la testa. «Glielo mostro, se vuole». «No, grazie», è la risposta accompagnata da un sorriso tirato. C’è imbarazzo nei vicoli che racchiudono l’anima della comunità ebraica romana. Se due anni fa una folla di centinaia di persone era scesa in piazza per manifestare il proprio sostegno al governo Netanyahu ora è il silenzio, il «non commento, grazie», la risposta più frequente se si prova a iniziare una conversazione su Ben-Gvir, il potente ministro della sicurezza nazionale, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit. Tirano via i proprietari dei ristoranti, la nuova generazione di italo-israeliani, spesso con doppio passaporto in tasca, che ha trasformato il Ghetto di Roma in un efficiente ingranaggio acchiappa-turisti. Tirano via anche gli anziani che vendono antichi libri che si leggono da destra a sinistra e di ciondoli con la stella di David da portare con orgoglio sul petto. Un orgoglio che ogni giorno diventa più difficile esibire.