Stati Uniti e Israele credevano di poter abbattere il regime dei pasdaran, sia militarmente sia politicamente, in una manciata di settimane. Addirittura, prima del 28 febbraio, avevano già ipotizzato che Ahmadinejad sarebbe diventato il loro interlocutore privilegiato alla fine del conflitto. Teheran, invece, è stata solo scalfita e sta già ricostituendo il proprio arsenale bellico a una velocità superiore al previsto. A rivelarlo è Cnn: cita fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence americana, secondo cui l’Iran ha riavviato parte della produzione di droni durante le sei settimane di cessate il fuoco in vigore da inizio aprile. Questa rapida ripresa logistica e strutturale — che include il ripristino di siti missilistici, rampe di lancio e linee produttive chiave — dimostra come il Paese rimanga una minaccia significativa per gli alleati regionali, qualora Washington decidesse di riprendere i bombardamenti. I dati mettono inoltre in forte discussione l’effettivo impatto a lungo termine dei raid israelo-americani.

I tempi di recupero variano a seconda delle armi, ma i funzionari statunitensi stimano che Teheran potrebbe ripristinare pienamente il potenziale offensivo dei droni in appena sei mesi, smentendo le previsioni della comunità internazionale. Ad aprile, i servizi segreti americani ritenevano che circa la metà dei lanciamissili iraniani fosse sopravvissuta agli attacchi; un rapporto recente ha però alzato la stima a due terzi. La tregua ha infatti concesso alle forze iraniane il tempo necessario per dissotterrare i sistemi interrati dai precedenti bombardamenti o per accedere a quelli finora isolati. Attualmente, circa il 50% dei droni del Paese (pari a migliaia di unità) risulta operativo, così come un’ampia percentuale dei missili da crociera per la difesa costiera, fondamentali per minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Nel complesso, gli esperti di Washington ritengono che i danni alla base industriale iraniana abbiano rallentato i piani di Teheran solo di pochi mesi, e non di anni, poiché gran parte delle infrastrutture strategiche è rimasta indenne.