È cominciato ieri il Festival dell’Economia di Trento, organizzato da Il Sole 24 Ore sotto la direzione di Fabio Tamburini. In molte delle discussioni, davvero interessanti e approfondite, affiora il quesito di fondo sulla nostra capacità di attrarre e trattenere giovani talenti, italiani e non. Mentre da una parte si assommano i dubbisull’efficacia degli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nell’aumentare la nostra capacità di crescere, dall’altra ci si interroga sugli effetti che il programma avrà nell’innalzare la qualità del capitale umano. La sfida è tutta lì. Non bastano i capitali, ce ne sono persino troppi (e infatti fatichiamo a spenderli). Ci vogliono, specie in un Paese in declino demografico, le competenze. Senza non si va da nessuna parte. Una prova, significativa e autentica, del successo del Pnrr, sarà nel numero di quei giovani di qualità, assunti proprio per realizzare il Piano, che avranno la possibilità di continuare a lavorare e a fare ricerca in Italia. Purtroppo sul loro destino (non solo dei 2 mila e 574 ricercatori assunti a tempo determinato con i fondi del Pnrr) c’è grande incertezza, nonostante l’impegno della ministra Anna Maria Bernini e l’assicurazione di un cronoprogramma con bandi e relativi fondi però insufficienti. Secondo la Cgil entro la fine dell’anno scadranno o sono già scaduti 35 mila contratti precari delle università, molte delle quali non sono finanziariamente in grado di sopportare il peso delle eventuali assunzioni.Un articolo di Viola Giannoli su Repubblica dà conto delle richieste dell’Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca che, purtroppo per i suoi iscritti, non ha un grande potere di lobby. Le corporazioni che sanno incidere sulle scelte governative sono ben altre, spesso con aderenti che non hanno alternative internazionali. Molti dei giovani talenti, rimpatriati grazie proprio alPnrr, hanno già deciso di tornarsene all’estero. Negli anni migliori delle loro vite professionali non accettano, oltre al futuro di precarietà, il disinteresse generale verso la loro utilità sociale. Essere vissuti come un problema, sindacale, e non come una risorsa del Paese, è umiliante. Ma, soprattutto, non è il modo migliore per dimostrare, specie a chi è ancora tra i banchi, l’importanza dello studio e della ricerca
I giovani talenti (purtroppo) non sono una lobby
Ci si interroga sugli effetti che il Pnrr avrà nell’innalzare la qualità del capitale umano. La sfida è tutta lì. Non bastano i capitali, ce ne sono persino troppi (e infatti fatichiamo a spenderli). Ci vogliono, specie in un Paese in declino demografico, le competenze











