Ben-Gvir e Davide Cavallo si pongono ai due estremi dell’esperienza umana. Rivediamoli in azione nella giornata di ieri.
Il ministro israeliano posta un video in cui passeggia tra gli attivisti filopalestinesi arrestati in acque internazionali. Sono in ginocchio, legati, bendati e con la faccia a terra, ma a lui e al suo sterminato bisogno di umiliare il prossimo evidentemente non basta: infierisce su di loro, li irride. Non esistono parole, ma neanche parolacce, per descrivere l’abiezione a cui l’odio può spingere un uomo, quell’uomo. La sua idea fissa è che di mitezza si può solo morire. Per sopravvivere bisogna invece rispondere colpo su colpo: meglio ancora, colpire per primi.
Dall’altra parte del Mediterraneo, a Milano, un ragazzo di vent’anni entra in tribunale trascinando sulle stampelle due gambe ormai inservibili, dopo che le coltellate dei suoi aggressori gli hanno procurato una lesione permanente al midollo. Li cerca in aula, si avvicina al coetaneo che lo ha ridotto così e gli posa una mano sulla spalla. Gli parla, lo ascolta, alla fine lo abbraccia. Anche i difensori degli imputati decantano il suo «alto livello morale». Dio solo sa se Davide Cavallo non avrebbe potuto e saputo comportarsi come Ben-Gvir: e con qualche ragione, lui. Ma non lo ha fatto, perché crede che l’odio produca solo macerie. Il suo amore per l’umanità e per la vita è talmente forte che riuscirebbe ad abbracciare persino Ben-Gvir, mentre neanche Ben-Gvir avrebbe il potere di umiliarlo.










