Riguardatevi Novecento se avete un momento, non solo perché sono i 50 anni dalla sua prima in sala, ma perché vi renderete conto di una raggelante realtà: nulla è cambiato, tutto ritorna, non siamo capaci di preservare la memoria, di imparare dai nostri sbagli. Il capolavoro di Bernardo Bertolucci, tra i più straordinari affreschi storici che il nostro cinema abbia creato, è ancora il ritratto del nostro tempo, del nostro mondo.Un film nato per dividere e con un'identità politica chiaraNovecento di Bernardo Bertolucci rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti nella storia del cinema italiano, da qualsiasi lato o prospettiva lo si voglia guardare. Fu una delle opere cinematografiche più lunghe di ogni tempo, 5 ore e passa per raccontarci dell'Italia, del nostro paese, dei primi cinquant'anni almeno. Arrivò al Festival di Cannes un film molto politico e molto schierato politicamente, questo fu chiaro fin da subito e non poteva essere altrimenti, del resto le posizioni politiche di Bernardo Bertolucci erano e ancora oggi sono note. Per questo ovviamente era destinato ad essere maltrattato negli Stati Uniti, dalla Paramount che non poteva che chiedere una decisa sforbiciata, da un pubblico che reagì male alla sua crudezza e durezza visive. Fu, per capirci, un colossale e magnifico fallimento commerciale, a cui però si può controbattere da sempre esaltandone qualità artistica, energia, coerenza d'insieme.Produzione mastodontica, complicata, lo script viene creato da Bertolucci assieme al fratello Giuseppe e Franco Arcalli, e il risultato ottenuto è centrale nella storia del cinema perché si pone a metà tra il superamento del neorealismo, l'esaltazione del cinema militante tipico di quel decennio e la volontà di connettersi al concetto di melodramma storico classicamente inteso. Bertolucci per questo però non rinnega la propria volontà di scandagliare la psicologia dei suoi personaggi, tutti precisi simboli di una certa ideologia, di una certa classe sociale, di un momento. Produzione gigantesca e complessa, maestranze di primissimo ordine, costumi, scenografie, trucco, la fotografia di Vittorio Storaro ad esaltare la provincia lombarda e romagnola. Tutto questo dona verità, dona la capacità di stupire, è un viaggio indietro nel tempo potentissimo, che usa la natura come protagonista aggiunto.Il 16 maggio del 1986 veniva presentato il film di Roland Joffé, un affresco storico dolente e potentissimo sulla tragedia del SudamericaBertolucci creerà con Novecento il suo trattato politico definitivo, lo farà contro ogni prudenza, consiglio, andando ad unire un cast internazionale eccezionale. E quindi eccoci qui a ricordare questo continuo andare avanti e indietro nel tempo, il suo partire dal 25 aprile, da una resa dei conti di cui intuiamo la centralità solo andando indietro. 1901, il matto del paese annuncia la morte di Giuseppe Verdi, mentre vengono al mondo, contemporaneamente, i due protagonisti. Olmo Dalcò è figlio di contadini, morti di fame, guidati da Leo (Sterling Hayden). Alfredo Berlinghieri (Burt Lancaster) è il padrone, il nipote porta il suo nome, per la disperazione del figlio minore, l'avido e meschino Giovanni (Romolo Valli). Eccoli Olmo e Alfredo, amici da piccoli come i loro nonni, morti a poca distanza l'uno dall'altro, uno suicida, l'altro guardando un fiume.I Berlinghieri sono viziosi, sanguisughe, invece i Dalcò fissano aringhe appese e poi via a pigliarsi la pellagra, a scioperare con ferocia in quel 1908 che sconvolge Parma. Ma Novecento comincia davvero solo dopo, con la fine della Prima Guerra Mondiale, fino a quel momento Bertolucci ci dà una lezione di lotta di classe, storia italiana, antropologia. Meglio questo film o Il Gattopardo di Luchino Visconti, altra pellicola in grado di insegnare un certo tipo di cinema al mondo? A voi l'ardua risposta. Bertolucci comprende la lezione neorealista e di Sergio Leone: le facce contano, quelle delle comparse, dei piccoli ruoli, qui sono da manuale del cinema, sono la riesumazione di un'umanità che, già in quel 1976, andava ormai a spegnersi. Si può sicuramente ragionare su quanto Novecento sia stato un film troppo italiano per essere apprezzato a livello internazionale, ma in realtà vuole solo dirci: così è stato, così è, così sarà sempre.Lotta di classe, fascismo e la storia che si ripeteBertolucci si muove costantemente tra tono elegiaco e drammatico, realismo e innocenza, armato delle note di Ennio Morricone. Robert De Niro e Gerard Depardieu prendono i due personaggi in età adulta, lo portano ad essere la storia di un'amicizia uccisa dalla storia. Nessuno come Bernardo Bertolucci riesce a farci comprendere la vita terribile e durissima dell'Italia contadina, quella che viene mandata nelle trincee del primo conflitto mondiale, torna solo per trovare i padroni, il vero grande nemico di sempre, che cercano di fermare il tempo e il cambiamento con le camicie nere. Novecento è uno dei migliori film di sempre sul fascismo, non solo italiano, su come nasce, cresce e viene alimentato. Il capitalismo, i padroni, sono loro che hanno creato il fascismo, lo spiegherà nello stupendo finale un Gerard Depardieu intensissimo. Difficile capire chi tra lui e De Niro sia il più bravo.Novecento è un film spesso violento, carnale, lussurioso e decadente, l'atmosfera si adatta alle stagioni. Le donne hanno un ruolo assolutamente centrale in Novecento, ben distante dai cliché hollywoodiani. Stefania Sandrelli è la ribelle Anita, l'opposto dell'Ada di una bellissima Dominique Sanda, simbolo di fragilità, di fuga. Ma le donne sono profittatrici, madri, amanti, opportuniste, vittime, eroine in un tempo feroce. Quel tempo feroce ha un volto, anzi due: Donald Sutherland e Laura Betti, straordinari nei panni di Attila Melanchini e Regina, cugina di Alfredo. Sono un mostro a due teste, il peggio dell'animo umano, che infine convogliò dentro i fasci da combattimento. Si amano davvero, sono quasi commoventi nel modo in cui, fino alla fine, restano legati l'uno all'altra, strizzando l'occhio al “Macbeth ”di Shakespeare.Il 18 maggio del 2001 debuttava il primo capitolo della saga sull'orco verde, un capolavoro che ha rivoluzionato il concetto di fiaba e animazioneIl padrone è morto, grida Olmo alla fine, quando il 25 aprile e la sua ubriacatura sono passate. Ma il padrone è vivo, il padrone cambia semplicemente abito, linguaggio, ma ritornerà sempre a cercare di piegare la collettività al capitale. C'è un treno all'inizio, c'è un treno a metà, c'è un treno che passa anche alla fine, mentre Olmo e Alfredo muoiono assieme come erano nati assieme. Vi è la metafora del cambiamento, vero o apparente che sia, la ruota della storia fa il suo grande corso, ma la lotta di classe rimane eterna, senza fine. Lo era in quegli anni '70 dove già si capiva che il sogno del '68 era naufragato, dove il paese era assediato da terrorismo rosso e nero, stragi di Stato. Bertolucci come Charlie Chaplin spesso sfonda la quarta parete, lo fa con quel monologo di Depardieu, il vero responsabile della censura e dei tagli. Capiterà anche a un altro capolavoro, a C'era una volta in America di Sergio Leone.Novecento dopo cinquant'anni ci parla ancora, rimane l'analisi lucidissima di come il capitalismo si comporta senza delle masse mobilitate, del fascismo come sua creatura, comandata dietro le quinte per proteggere gli interessi privati degli intoccabili. Parliamo di quello che è successo a noi in questo XXI secolo, perché bene o male da quando è crollato il muro di Berlino e i suoi ideali (per quanto controversi), tanti Attila sono spuntati, tanti padroni hanno chiesto meno libertà mascherandola con la paura dell'altro. Soprattutto, sono tornate le camicie nere, perfettamente in linea con la tecnocrazia. Per questo, soprattutto per questo, dopo cinquant'anni Novecento non è solo uno dei più grandi capolavori del cinema italiano, e uno dei migliori film in assoluto del suo genere, soprattutto un film che ci ricorda chi siamo, dove andiamo e quanto è importante lottare assieme.
Sono passati 50 anni e Novecento di Bernardo Bertolucci continua ad essere una grandissima lezione di storia
Il 21 maggio del 1976 veniva mostrato al Festival di Cannes per la prima volta uno dei più grandi film italiani di sempre, ancora oggi attualissimo










