La statua di San Pio resta sotto chiave nelle stanze dell’Arcidiocesi di Capua, mentre il quartiere di Casalba prova a tornare alla normalità. Don Girolamo Capuano, il parroco che per primo ha parlato di un possibile «segno del cielo», continua a ribadire la necessità di evitare fanatismi, ma insiste nel sostenere che quelle lacrime «non siano opera dell’uomo». È prematuro azzardare previsioni sul lavoro della commissione diocesana, ma una convinzione sembra già essersi consolidata tra i fedeli: qualunque sarà il verdetto, la devozione verso Padre Pio non subirà incrinature.

Intanto, l’eco mediatica della presunta lacrimazione è arrivata fino a Pietrelcina, nel Beneventano, il paese natale del santo cappuccino. Anche lì, tra i luoghi dove Francesco Forgione mosse i primi passi prima di diventare San Pio, la notizia viene accolta con un misto di prudenza, esperienza e riflessione. Nessuno si lascia travolgere dall’emotività. Il culto verso Padre Pio è talmente radicato da aver attraversato decenni di racconti, di presunti prodigi, di segnalazioni e testimonianze. Per questo prevale un atteggiamento misurato.LE REAZIONI «Non serviva la lacrima di Padre Pio per farci capire che bisognerebbe cambiare rotta, soprattutto in un tempo segnato da guerre, divisioni sociali e perdita di valori», osserva Vincenzo Mastronardi, presidente della Pro loco. «La fede dovrebbe già portarci a riflettere sul nostro comportamento. Adesso bisogna che la Chiesa lavori con serenità, senza alimentare clamori. Ripongo fiducia nelle valutazioni ecclesiastiche».Anche Stefano Campanella, vaticanista, direttore di Padre Pio Tv e tra i più prolifici biografi del santo, invita alla cautela, ricordando quanto la Chiesa abbia affrontato sempre con rigore episodi del genere. «Negli ultimi anni il fenomeno delle segnalazioni si è notevolmente ridotto, ma ci sono stati periodi in cui arrivavano centinaia di casi all’anno», spiega. «A me non risultano episodi riguardanti San Pio, lacrimazioni o sanguinamenti, che poi siano stati meritevoli di particolare devozione pubblica».Campanella richiama le nuove norme introdotte dal Dicastero per la Dottrina della fede nel 2024, che hanno modificato l’approccio ecclesiastico ai presunti fenomeni soprannaturali. «Oggi la procedura - rivela - non mira più a dichiarare un miracolo, ma a verificare la sicurezza dottrinale dell’evento e i suoi frutti pastorali. Per questo servono grande prudenza e approfondimenti rigorosi».Non solo analisi scientifiche, dunque, ma anche valutazioni teologiche. «La Chiesa deve escludere ogni possibile spiegazione: un fenomeno apparentemente inspiegabile non viene in automatico considerato segno divino». Il riferimento inevitabile è proprio alla vicenda delle stigmate di Padre Pio, sottoposte per anni a controlli severissimi. «Le indagini sulle stigmate del santo furono durissime, al limite dell’accanimento», ricorda Campanella. «Padre Cristoforo Bove, postulatore della causa di canonizzazione di Padre Pio, dovette dimostrare non solo che quei segni non fossero spiegabili scientificamente, ma anche escluderne l’origine diabolica». Un precedente che racconta quanto il Vaticano sia prudente davanti a eventi di questo tipo.Padre Pio con le lacrime, il parroco: «Non è opera dell'uomo, è un segno dal cielo»A Pietrelcina, però, oltre l’aspetto investigativo, resta centrale il legame spirituale con la figura del santo. Padre Pio continua a parlare ai fedeli soprattutto attraverso la semplicità del suo messaggio religioso. «La sua era una fede concreta, vissuta nella quotidianità», sottolinea Fortunato Grottola, padre guardiano del convento. «Ha saputo rendere attuale il messaggio della salvezza cristiana attraverso la sofferenza, la preghiera e la carità. Colpiva la sua obbedienza assoluta alla Chiesa, anche nei momenti più difficili. E soprattutto la capacità di spiritualizzare il dolore umano, trasformandolo in testimonianza della presenza di Dio». Parole che aiutano a comprendere perché, a distanza di decenni dalla morte, il frate cappuccino continui a esercitare un forte richiamo sull’immaginario collettivo. Un’adorazione trasversale, popolare, capace di attraversare generazioni e territori. Ed è forse proprio questa forza simbolica a spiegare l’impatto mediatico avuto dalla vicenda di Casalba.