Tenere lontano dalla portata dei bambini cresciuti col sogno di cantare un giorno a San Siro. “Questo disco mi somiglia più di qualsiasi altro, perché non segue logiche di mercato, non cerca l’approvazione facile; è come una medicina col suo bugiardino che ti mette in guardia sui suoi possibili effetti collaterali” spiega Michele Bravi nel salotto di “Soundcheck”, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, parlando della sua ultima fatica discografica “Commedia musicale”.

“Che un album così possa causare ‘insuccesso’, l’ho scritto nero su bianco nel titolo di una canzone non per provocazione, ma perché negli anni ho visto troppe dinamiche discografiche soffocare la libertà artistica. Oggi il mercato chiede altro, io invece ho scelto di restare fedele a ciò che sento”.

Per sua stessa ammissione, “Commedia Musicale” è una raccolta di canzoni felici. Dov'è finito il Bravi tormentato che conoscevamo?

“S’è trasformato. Ho sempre avuto fortuna con una scrittura legata all’emotività e alla commozione, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare. Dopo tante canzoni malinconiche e drammatiche, ho voluto sperimentare qualcosa di opposto: il linguaggio della commedia. Non l’avevo mai esplorato davvero e mi incuriosiva capire se riuscissi a scrivere in modo più leggero”.