Parto da una parola CORAGGIO, che considero fondamentale nella vita di ciascuno di noi come lo è stata in quella di tanti personaggi importanti nella storia. Coraggio, per me, vuol dire credere in sé stessi, non mollare mai, aver fiducia negli altri e ricordarsi sempre di quello che si è appreso nel corso degli anni. Non a caso è anche il tema che a settembre al Festival della Comunicazione, ideato insieme a Rosangela Bonsignorio e Umberto Eco, ne parleranno scienziati, filosofi, storici, artisti, in modo sicuramente più profondo e articolato di me. C’è un’espressione che sicuramente conoscete: Sapere Aude. Osa sapere. È la massima tratta dalle Epistole di Orazio. Adottata poi da Kant come motto dell’illuminismo, come momento di passaggio alla “maggiore età” intellettuale. Avere il coraggio di pensare in modo critico e libero dai dogmi e dai condizionamenti. Ma mi sono chiesto: Sapere Aude pronunciato qui oggi ha ancora un senso? può ancora significare qualcosa? Viviamo in una realtà multidimensionale, onlife per riprendere la fortunata espressione del filosofo Luciano Flòridi, dove apparentemente tutto è già stato scritto o inventato, dove chiunque è continuamente alla spasmodica e vana ricerca di qualcosa di originale e “disruptive/dirompente” con cui lasciare il segno nel mondo, inghiottiti da una società iper produttiva, più veloce della nostra capacità non tanto di capire ma di accorgerci di quello che sta accadendo, all’inseguimento dei trend, dove gli agenti intelligenti competono con noi proprio sul terreno della creatività e del linguaggio. Abbiamo sempre l’impressione di correre senza sapere bene verso dove o verso cosa e ci sentiamo tutti sempre tremendamente battuti sul tempo dal nuovo (video, hit, serie YouTube…). L’overdose informativa ci dà al contempo la sensazione di avere tutto a portata di mano e niente realmente sotto il nostro controllo. E siamo frastornati da complessi scenari geopolitici su cui sembra che abbiamo perso il nostro reale potere di incidere davvero. E non è una questione generazionale. Ci colpisce tutti, in modi diversi, ma tutti. Ma proprio per questo ci vuole coraggio. Sapere Aude. Il coraggio di mettersi in gioco, con la propria testa e con il proprio corpo. Umberto Eco ce lo ricorda bene. È un episodio illuminante che risale al 1977, in anni segnati dal terrorismo e dalle tensioni politiche: il poeta Eugenio Montale (allora senatore a vita) in un’intervista dichiarò di non sentirsi di fare il giudice in un processo alle Brigate Rosse perchè “non si può chiedere a nessuno di essere un eroe”. Questa presa di posizione – letta da molti come una giustificazione della viltà civile in un momento critico – scatenò una vivace polemica sul coraggio degli intellettuali. Eco intervenne sulle pagine de L’Espresso (il 1° maggio 1977) con un articolo dal titolo provocatorio «No, perdio, non mi suicido», in cui contestava l’atteggiamento rinunciatario di Montale e Sciascia. In tono ironico ma fermo, Eco invitava gli intellettuali a non “suicidarsi” moralmente abdicando al proprio ruolo pubblico, bensì a trovare il coraggio civile di affrontare le responsabilità. In quell’articolo – poi ripubblicato nella raccolta Sette anni di desiderio con il nuovo titolo “Sono seduto a un caffè e piango” – Eco discusse il “tema del coraggio e la viltà degli intellettuali, nonché i rapporti tra l’uomo di ragione, lo Stato e la società”, chiedendosi quale dovesse essere l’impegno politico e morale di chi fa cultura in frangenti drammatici. Eco, allineandosi con la posizione di Italo Calvino e Alessandro Galante Garrone, sostenne la necessità di non cedere alla paura. Eco impegnato direttamente, per nulla incline al distacco ironico quando in gioco c’era la tenuta morale della società: il coraggio, in quel contesto, significava non fare come Don Abbondio, ma piuttosto – per citare Calvino che Eco apprezzò – capire che “la sola paura salutare è la paura di aver paura”, l’unica capace di ridare coraggio a una comunità smarrita. Ora, vedo qui davanti a me una platea di giovani brillanti. Siete in un’ottima posizione. Avete in questi anni raccolto un bagaglio formidabile grazie ai vostri talenti, alla vostra dedizione e grazie ai vostri maestri. Non parlo solo dei docenti dell’Università del Piemonte Orientale che sono certo vi hanno seguito e aiutato a sviluppare i vostri talenti, ma anche di quei maestri che non avete mai conosciuto di persona probabilmente e che avete incontrato nelle vostre passioni, nelle letture, nel pensiero che fonda la nostra memoria storica. Ed ora siete qui davanti all’onda, come direbbe Massimo Recalcati. Pronti a gettarvi nella vita oltre l’università, a scontrarvi con l’onda: il reale anarchico, imprevedibile e ingovernabile della vita. Lì dove troverete voi stessi e traccerete la vostra rotta. Perché l’apprendimento, quello vero, avviene sempre solo così: solo con l’impatto con questo reale che scombussola l’apprendimento scolastico del sapere e lo mette alla prova, dando così al soggetto (a ognuno di voi) l’occasione per fare proprio quello che fino a quel momento ha appreso dal suo maestro. L’apprendimento non è imparare a memoria, e non si realizza per soddisfare quello che il maestro si attende dai suoi allievi, non si piega al principio di prestazione, alla performance necessariamente impeccabile. La formazione non può mai essere ridotta a una conformazione, scaturisce sempre da un salto singolare, unico (come unico è ognuno di voi), da un impatto con l’incalcolabile e l’imprevedibile, con l’onda appunto. E ci vuole coraggio per questo. Anche perché in quell’impatto si deve fare i conti con il fallimento. E con la paura di sbagliare. Fa parte del gioco. Per questo vorrei prendere in considerazione le riflessioni che Joanne Kathleen Rowling, la famosa scrittrice (oltrechè sceneggiatrice e produttrice) dei romanzi di Harry Potter, fece nel 2008 ai neolaureati di Harvard. “Ciò di cui avevo più paura alla vostra età non era la povertà, ma il fallimento”. Alla vostra età, nonostante la chiara mancanza di motivazione all’università, dove avevo perso troppo tempo nei caffè scrivendo storie, e troppo poco tempo alle lezioni, sono stata capace di passare gli esami, e per anni questo è stata la misura del successo della mia vita e di quella dei miei compagni. Ora, non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea che la stampa lo avrebbe da allora rappresentato come una sorta di fiabesca determinazione. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel, e per molto tempo, ogni luce alla fine di esso era una speranza piuttosto che la realtà. Allora perché parlare dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient’altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva, e avevo già una figlia che ho adorato, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. E così concrete basi divennero solide fondamenta su cui ricostruire la mia vita. Avendo una macchina del tempo, direi alla me stessa di 21 anni che la felicità personale si trova nel sapere che la vita non è una lista di cose da raggiungere o in cui aver successo. Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide”. Vorrei concludere raccontandovi due cose: una, il mio primo gesto di coraggio. Quello che ha dato origine alla mia vita professionale. Sessant’anni fa, nel 1966 l’anno dei mondiali di calcio (in cui l’Italia fu eleminata dalla Corea del Nord) e della mia maturità (cantata dal mio compagno di scuola Antonello Venditti nella canzone Giulio Cesare), che feci il mio gesto di Coraggio: andai via di casa. Volevo iscrivermi alla Facoltà di Lettere e Filosofia: ero appassionato di storia, letteratura, archeologia, delle materie umanistiche: mi sarebbe piaciuto fare l’insegnante. Mio padre era contrarissimo: pretendeva che scegliessi tra medicina, ingegneria e legge. “Devi fare una libera professione, altrimenti sarai un morto di fame!” Io tenni duro e non ho mai rimpianto quella scelta. Arrivò il ’68, partecipando attivamente alla vita sociopolitica sessantottina nell’estate del 1969, mentre mi preparavo agli esami autunnali, con alcuni compagni di studio facemmo un’esperienza particolare: andammo nel quartiere San Lorenzo adiacente all’università a distribuire dei volantini al mercato e davanti alle scuole, proponendo ai genitori di portare i loro figli di 11-14 anni all’università, per un doposcuola estivo. Ci aspettavamo 20-30 ragazzini: ne arrivarono 300! Vennero a trovarci in tanti tra cui lo storico Carlo Ginzburg e lo psichiatra Franco Basaglia. A settembre la Rai fece un “casting”: cercava due giovani (una ragazza e un ragazzo) da inserire in uno dei programmi radio allora più seguiti: PER VOI GIOVANI creato e diretto da Renzo Arbore. Eravamo tantissimi e Arbore per rompere il ghiaccio chiese: chi ha qualcosa da raccontare? Io mi alzai e facendomi coraggio raccontai dell’esperienza estiva del doposcuola. Mi scelse al volo, così entrai in Rai, diventando amico di Arbore e imparai anche a “comunicare”. La seconda cosa è un omaggio che voglio fare al prof. Barbero che è qui con noi. Da anni ci lega una lunga amicizia. Ho sempre ammirato il suo coraggio sia quello intellettuale come “dovere dello storico” di cercare la verità anche quando è scomoda, sia quello di sperimentare nuove forme con cui “raccontare i fatti storici”. Nell’aprile di sedici anni fa, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, assistevo per la prima volta al suo racconto di una battaglia, quella di Legnano del 29 maggio 1176: ero stupito perchè chiudendo gli occhi mi sembrava di vederla. Appena finito, con “coraggio” andai da lui e presentandomi gli dissi: “professore vorrei proporle un progetto”: lui mi guardò stupito e mi rispose: “ho già in programma col mio editore di scrivere tre libri nei prossimi cinque anni, mi dispiace non ho proprio tempo”. Io replicai: “non volevo proporle un libro, ma un film, che nessuno ha mai fatto”. Realizzammo la prima App in Italia per Ipad in cui Alessandro raccontava, con una bellissima animazione, la battaglia di Canne del 202 a.C. basandosi sui testi di Tito Livio e Polibio. Poi nel 2015 gli proposi di produrre per Rai Fiction il film di animazione “La battaglia di Waterloo” e nel 2019 la serie di podcast più ascoltata in assoluto “le 10 grandi battaglie della storia”. Ora abbiamo una nuova sfida… che non posso rivelarvi! Concludo con una frase illuminante che ci ha lasciato Umberto Eco: "Se vi chiedono che lavoro farete da grandi, risponderete che il vostro lavoro ancora non esiste. Lo inventerete voi, e tornerete qui a spiegarcelo".