E se le grandi IPO sull’intelligenza artificiale fossero un modo per riversare sui piccoli investitori retail il rischio di investimenti fuori scala? È il dubbio che ci lascia, a margine del panel “Fidarsi oppure no dell’intelligenza artificiale”, Franco Bernabé, Presidente dell’Università di Trento. «Nel mondo dell’AI - confida il banchiere ai nostri taccuini - sono stati investiti complessivamente 850 miliardi di dollari. Si tratta di denaro che non tornerà mai più, in termini di ritorno sull’investimento. E quindi bisogna allargare la platea di quelli che investono in modo tale da ridurre i rischi per quelli che hanno investito in precedenza. In questo senso, forse il parco buoi è una metafora un po’ ardita, ma certamente siamo davanti a una riduzione del rischio per quelli che hanno investito e non hanno un modello di business che consenta un ritorno di quella dimensione dell’investimento. Certo, i ricavi ci sono le prospettive ci sono. Ma su quelle dimensioni francamente è difficile dire che gli investimenti torneranno».Il panel, moderato dal direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, nella bella cornice di Palazzo Geremia, è stato l’occasione per fare il punto su una delle questioni più attuali, quando si parla di AI: la fiducia. E dalla didattica universitaria fino alla cybersicurezza, passando per la Costituzione, la profilazione dei dati e il rischio di un’AI costruita su investimenti difficili da sostenere nel lungo periodo, le posizioni emerse hanno dato visioni per certi aspetti molto diverse, ma accomunate da un punto: l’AI sta entrando in profondità nei meccanismi della società molto più velocemente della capacità di controllarla.Andrea Zoppini, docente dell’Università Roma Tre, ha portato il tema dentro le università, dove l’AI è già entrata nella didattica, e sarebbe inutile pensare di fermarla. Il punto, semmai, è cambiare il modo in cui si formano gli studenti. «Assumere un atteggiamento critico verso le risposte dell’AI è un fatto culturale». Per questo, aggiunge, il compito dell’università diventa insegnare agli studenti a controllare ciò che l’AI produce, trasformandoli in “verificatori” delle risposte generate dalle macchine. Per Zoppini, la strada del divieto (citando esplicitamente il caso del Garante Privacy italiano che in passato bloccò ChatGPT) non è percorribile. Meglio un approccio fondato sulla regolamentazione. Con un allarme: il sottoutilizzo dei dati nel contesto europeo. Un limite che, secondo Zoppini, si è già trasformato in un vantaggio competitivo per Stati Uniti e Cina.Il tema della dipendenza tecnologica ritorna anche nelle parole di Franco Bernabé. L’ex manager e presidente dell’Università di Trento usa toni molto netti sulla questione della profilazione e del controllo dei dati. Racconta di non utilizzare WhatsApp, mettendo in dubbio la reale sicurezza delle piattaforme commerciali di messaggistica e sottolineando come perfino esponenti istituzionali utilizzino strumenti che, a suo giudizio, espongono enormi quantità di informazioni personali. «Siamo nel mezzo di due sistemi, Stati Uniti e Cina, dove la profilazione è altissima», osserva. Bernabé cita anche il caso dell’ICE americana e delle norme che consentirebbero l’accesso a database molto ampi per attività di controllo e monitoraggio. Sullo sfondo c’è l’idea che l’AI stia accelerando un modello di concentrazione del potere tecnologico e informativo in poche grandi piattaforme globali.Sul piano giuridico, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, richiama invece il ruolo della Costituzione come bussola per affrontare l’impatto dell’AI. Il riferimento è agli articoli 21 e 41, cioè libertà di espressione e libertà economica. Per Flick, il vero punto riguarda il modo in cui si forma il pensiero in una società attraversata da sistemi capaci di produrre contenuti, informazioni e simulazioni sempre più sofisticate. «Trovare una chiave che possa far distinguere il vero dal verosimile è necessario», spiega, aggiungendo che diventa essenziale stabilire anche un limite oltre il quale fermarsi.