Il Board of Peace di Trump sta per compiere quattro mesi e già ammette di avere un gravissimo problema di liquidità. In un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu datato 15 maggio e visionato da Reuters, il consiglio istituito da Washington per governare la transizione e la ricostruzione di Gaza mette nero su bianco che “il divario tra gli impegni assunti e i fondi effettivamente erogati deve essere colmato con urgenza”. Il rapporto del Board al Consiglio di Sicurezza segnala che l'85 per cento degli edifici e delle infrastrutture di Gaza è distrutto. La stima complessiva del piano per la ricostruzione è di 70 miliardi di dollari. I fondi promessi dai membri del Board ammontano a 17 miliardi. Quelli realmente disponibili, secondo fonti citate da Reuters ad aprile scorso, sarebbero meno di un miliardo e sono stati versati da soli tre paesi su dieci firmatari: Emirati Arabi Uniti, Marocco e gli stessi Stati Uniti. Il Board aveva smentito quei numeri, dichiarandosi “un'organizzazione focalizzata sull'esecuzione che chiama capitali solo quando necessario” e assicurando l'assenza di vincoli finanziari. Ora ammette che i fondi “impegnati ma non ancora erogati rappresentano la differenza tra un quadro che esiste sulla carta e uno che produce risultati concreti per i palestinesi di Gaza”.Sarebbe un eufemismo definire ambiziosa la struttura del piano di Trump: il Board – il cui statuto è stato firmato il 22 gennaio 2026 a Davos, a margine dei lavori del World Economic Forum – dovrebbe fare da ombrello finanziario e politico al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (Ncag), un gruppo di tecnocrati palestinesi guidato da Ali Shaath – ex viceministro dell'Autorità Palestinese – incaricato di prendere il controllo dei ministeri e delle forze di polizia sottraendoli ad Hamas. L'Ncag è invece fermo in un hotel del Cairo, sorvegliato da agenti americani ed egiziani, senza la possibilità di entrare fisicamente nella Striscia. I motivi sono due e si alimentano a vicenda: senza fondi non si finanziano le strutture di sicurezza necessarie per operare sul campo; senza sicurezza i finanziatori non sborsano. Del resto, le condizioni di sicurezza restano troppo instabili per qualsiasi dispiegamento: nonostante il cessate il fuoco, dall'ottobre scorso gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 700 persone a Gaza. L'inviato del Board Nickolay Mladenov ha informato Hamas e le altre fazioni palestinesi che il comitato “al momento non può entrare a Gaza per mancanza di fondi”. Ennesimo stallo: Hamas condiziona il disarmo a garanzie concrete sul ritiro israeliano mentre Israele condiziona il ritiro al disarmo completo di Hamas, inclusa la consegna delle mappe del sistema di tunnel sotterranei. Sul fronte europeo, ieri a Strasburgo l'Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha chiarito davanti al Parlamento europeo che per l'Ue aderire al Board è “impossibile”: lo statuto non rispetta il principio di uguaglianza tra gli stati, non prevede un percorso chiaro verso la sovranità palestinese e non ha carattere temporaneo. Lo stesso giorno del rifiuto di Kallas, la Commissione europea pubblicava con Onu e Banca Mondiale la stima dei danni a Gaza: 71,4 miliardi di dollari per la ricostruzione nei prossimi dieci anni, 23 miliardi nei soli prossimi diciotto mesi. A marzo anche l'Indonesia – il paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, che aveva promesso 8.000 soldati per la forza internazionale di stabilizzazione – ha sospeso tutti i programmi legati al Board fino a tempo indeterminato, sotto la pressione dei gruppi islamici interni che consideravano la partecipazione incompatibile con il tradizionale sostegno di Jakarta alla causa palestinese. La guerra con l'Iran ha fornito il pretesto ideale per congelare tutto, ma la contraddizione politica era strutturale fin dall'inizio.Il Board sollecita anche i paesi non membri a contribuire “senza indugio” alla ricostruzione. Lo statuto prevede mandati triennali per i membri ordinari, mentre lo status permanente costerebbe un miliardo di dollari a testa: non è chiaro se qualcuno abbia pagato quella quota. Mladenov aggiornerà il Consiglio di Sicurezza domani, giovedì 21 maggio. Ma molti stati, riferiscono funzionari europei e asiatici sentiti da Reuters, preferiscono finanziare la ricostruzione attraverso istituzioni tradizionali come l'Onu, per ragioni di trasparenza e supervisione.La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza autorizza il Board fino al 31 dicembre 2027, dopodiché servirà un nuovo voto. Con i fondi fermi, l'Ncag bloccato al Cairo e i partner che latitano (se non addirittura che lasciano la nave), diciotto mesi sono meno di quanto possano sembrare.
Che fine ha fatto il Board of Peace di Trump? Ha quattro mesi e una enorme crisi di liquidità
Il 22 gennaio a Davos la firma dello statuto. Ora il consiglio voluto dal presidente americano per governare la transizione a Gaza ammette che i fondi promessi non arrivano. L'Ncag è bloccato al Cairo, l'Indonesia si è sfilata e l'Ue dice no. Il rapporto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu






