Lunedì scorso Nello Trocchia, giornalista del Domani, è stato messo sotto protezione: due agenti delle forze di polizia lo accompagneranno in redazione, a fare la spesa, mentre beve un bicchiere al mare con la moglie, mentre accompagna a scuola la figlia piccola. Alla base della decisione le minacce da parte di diversi esponenti della criminalità organizzata romana, spesso in combutta con il clan camorristico dei Senese, con la mafia albanese, con pezzi del clan dei Casalesi. In passato Trocchia era stato anche aggredito in Puglia, precisamente a Vieste, mentre cercava di realizzare un reportage sulla mafia del Gargano. Lui oggi è meno libero (anche di incontrare le sue fonti), di conseguenza lo siamo tutti noi. E lo siamo sempre di meno.
Perché Trocchia è il numero 29: cioè solo l’ultimo dei giornalisti italiani messi sotto scorta su decisione dell’ufficio centrale del Viminale e su proposta del prefetto di riferimento. Secondo Vittorio Di Trapani, presidente della FNSI, il sindacato dei giornalisti, questo numero è cresciuto del 10% negli ultimi anni.
Spesso sui social (e non solo) volano gli insulti verso i giornalisti quando scrivono qualcosa di sgradito. E immancabilmente spunta il tipo che cita la classifica della libertà di stampa nel mondo e la disonorevole posizione dell’Italia. Voi giornalisti siete servi, è il sottinteso, ecco perché la nostra nazione è così in basso in quella graduatoria.







