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20 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 18:53

Il giornalista Domenico Rubio, per gli amici Mimmo, viveva sotto scorta dal 2020. Il clan della 167 di Arzano (Napoli) aveva deciso di fargli la pelle. E per rendere chiaro il concetto aveva iniziato a trattare la sua abitazione come un luogo di tiro al bersaglio: proiettili, fuochi d’artificio, petardi di grosse dimensioni. Intimidazioni poco sottili. Cronista fastidioso, Mimmo. Troppo incisivi i suoi articoli e le sue inchieste sugli interessi della camorra e delle sue commistioni con la politica, in un comune sciolto tre volte per infiltrazioni malavitose. Da poche ore a Rubio hanno tolto gli angeli custodi: il decreto di revoca della scorta è stato notificato poco fa. Arriva a valle di un percorso burocratico iniziato a giugno dell’anno scorso. Secondo le valutazioni della Prefettura di Napoli e dell’Ucis, riassunte in una nota del prefetto Michele Di Bari, “le verifiche non hanno rilevato, a decorrere da un congruo lasso di tempo antecedente alla data dell’avvio del procedimento di revoca, la sussistenza di un rischio per la sua incolumità”.

Considerazioni che secondo la Fnsi e il Sugc fanno a cazzotti con la realtà. “La decisione arriva mentre sono in corso diversi procedimenti sulle minacce e gli attentati ricevuti – si legge in una nota congiunta del sindacato giornalisti nazionale e di quello campano – uno dei quali nei confronti del capoclan di Arzano Giuseppe Monfregolo e del ras Antonio Alterio. Sono stati alcuni pentiti del clan ad affermare che le intimidazioni nei confronti del giornalista sono partite per ordine del boss. Inoltre, il clan è ancora egemone sul territorio, nonostante l’inchiesta che ha portato in carcere i vertici della cosca. A dimostrare lo stato di pericolosità dell’organizzazione criminale è il fatto che sul territorio ci sono stati già due omicidi di camorra dall’inizio dell’anno. Chi ha preso questa decisione si è assunto una grande responsabilità non solo sulla sicurezza del giornalista, ma anche sul diritto della cittadinanza ad essere correttamente informata”. Riccardo Iacona, che nei mesi scorsi aveva raccontato la storia di Rubio a Presa Diretta, è stato il primo ad aderire all’appello del sindacato in difesa del collega di Arzano.