Sono una manciata di gelide rocce brulle, sperdute alla fine dell’oceano Atlantico. Per condizioni ambientali poco adatte all’insediamento umano – senza alberi e limite dei ghiacci alla deriva – tanto che ospitano decine di migliaia di pecore, pinguini e albatros e appena 3500 persone su un territorio grande poco più dell’Abruzzo.

L’ARCIPELAGO, possedimento britannico dal 1833, intitolato all’inglese visconte di Falkland, chiamato Malvinas dagli ispanofoni – con un adattamento del termine francese Malouines dato da marinai francesi (provenienti da Saint-Malo approdati lì nel 1764) – consiste di due isole più grandi e centinaia di isolette minori, flagellato dal vento e dal freddo, a circa 600 chilometri dalla costa sudamericana. Più di quarant’anni fa, sono state il teatro di una guerra tradizionale del XX secolo anzi di un conflitto tra due paesi occidentali, per la storica rivendicazione dell’Argentina, che lo considera eredità spagnola e parte integrante del proprio territorio nazionale. Nel corso del tempo, gli indigeni isolani, nati da incroci di agricoltori, pescatori e immigrati, si sentono sudditi della corona britannica da quasi due secoli.

DUE GIORNALISTI ITALIANI, Paolo Argentini e Giancarlo Feliziani, hanno voluto raccontare in Malvinas (pp. 208, euro 18, Il Millimetro), una guerra catastrofica, riportando l’attenzione sull’ennesimo gesto infame della dittatura militare argentina, descrivendo minuziosamente le ostilità belliche del 1982 (con le belle foto dell’archivio Telám, agenzia di stampa statale argentina, chiusa da Milei), una contesa durata 74 giorni, con 649 caduti argentini e 255 britannici. Da una parte l’affondamento dell’incrociatore Belgrano colpita da siluri lanciati da un sottomarino nucleare, dall’altra l’aviazione col Sole di Maggio (presente sulla bandiera argentina) manda a picco coi suoi missili il cacciatorpediniere Sheffield. Una guerra iniziata il 2 aprile con lo sbarco dei soldati argentini nella capitale Port Stanley, un colpo di mano della sanguinosa dittatura militare al potere dal 1976 che voleva recuperare consenso e identità sollecitando l’orgoglio nazionale.