La scritta sul muro è sbiadita, semi nascosta dai sacchi della spazzatura su cui banchettano i gabbiani: «Tagliamo la testa al dragone», si legge. Poco lontano, su una fabbrica dismessa, un’altra scritta dipinta di fresco recita: «Giù le mani dai nostri porti».

A largo, le navi fanno la spola tra l’isola di Salamina e i silos delle industrie affacciati sul golfo saronico. Le scritte sui muri sono le tracce di un’annosa battaglia navale – quella tra Pechino e Washington – che in Grecia non si combatte in alto mare, ma dentro ai porti.

Elefsina, comune industriale a nord-ovest di Atene, potrebbe finire coinvolto nello scontro. Su questa fetta di litorale ha messo gli occhi l’amministrazione Trump per sviluppare un nuovo polo marittimo con cui controbilanciare il potere della Cina, detentrice del 67% del porto del Pireo fino al 2052. La «testa del dragone» nel Mediterraneo – come venne definito dal presidente cinese Xi Jinping – dista da qui venti chilometri: le gru del Pireo sono nascoste alla vista, ma l’incessante passaggio dei camion, e il martellare che proviene dai cantieri navali indicano che il tratto di costa su cui si affaccia Elefsina è il più trafficato della Grecia.

SVENDUTO DURANTE la crisi del debito su ordine della troika, il Pireo, sotto la guida della compagnia statale cinese Cosco, si è affermato come uno dei più grandi porti del mediterraneo.