Il Lunar Roving Vehicle della missione Apollo 15. Foto: NASA

Quando il Lunar Roving Vehicle dell'Apollo 17 completò il suo ultimo giro sul suolo lunare nel dicembre del 1972, fu semplicemente abbandonato nella Valle di Taurus-Littrow. Non c'era motivo di pensare a chi avrebbe potuto usarlo dopo: quella corsa era finita. Il rover era stato uno strumento di una singola missione e con essa si esauriva.

Il cambiamento più significativo nella storia recente dell'esplorazione lunare non riguarda le destinazioni, né i budget, né la potenza dei razzi. Riguarda proprio questo: i rover che le agenzie spaziali e le aziende private stanno sviluppando oggi non sono concepiti come strumenti di una singola spedizione. Sono concepiti come infrastruttura. Devono durare anni, operare autonomamente tra una visita con equipaggio e l'altra, trasportare materiali da costruzione, fare ricognizione del terreno, fungere da abitazione per i propri passeggeri per settimane intere. Questa trasformazione concettuale — da veicolo di esplorazione a componente di un sistema permanente — è il filo che tiene insieme la sequenza di annunci, contratti e manovre industriali degli ultimi mesi.

Il punto di svolta

Il punto di svolta è databile con una certa precisione. Il 24 marzo 2026, alla presentazione Ignition organizzata dalla NASA, l’amministratore dell'agenzia Jared Isaacman ha annunciato una revisione profonda del programma Artemis. L'obiettivo non è più costruire il Gateway — la stazione orbitale lunare su cui si era lavorato per anni con un consorzio internazionale — ma stabilire una base direttamente in superficie, al polo sud della Luna. Per farlo, il piano stanzia circa 20 miliardi di dollari nell'arco di sette anni e prevede, secondo i documenti dell'agenzia, obiettivi ambiziosi tra lanci, utiilizzo di rover e la realizzazione di una base lunare, con lo scopo di arrivare a una presenza umana continua e ruotante entro la fine del decennio.