Si può parlare di ricerca scientifica e nuove scoperte e anche di malattie della pelle davanti ad un boccale di birra, in un'atmosfera rilassata come quella di un pub. Da oltre 10 anni questa è la dimensione di “Pint of Science”, festival nato nel Regno Unito e giunto all'11° edizione in Italia, che dal 18 al 20 maggio porta scienziati e ricercatori in 90 locali di 28 città italiane, da Nord a Sud: tre serate ad ingresso gratuito, in cui interagire con la scienza attraverso la voce dei suoi protagonisti. Come Marta Giacomello, professoressa associata presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, che studia la biologia della pelle e che ieri, 19 maggio, all'Hype Taproom di Padova ha raccontato la sua recente scoperta sui melanociti e sul loro ruolo nella pigmentazione della pelle. Professoressa Giacomello: che cosa sono i melanociti e che cosa ha scoperto sul loro funzionamento? “I melanociti sono cellule della pelle che producono la melanina, il pigmento responsabile della colorazione cutanea, cioè l'abbronzatura. Il processo chimico della produzione della melanina è noto, ma sappiamo molto meno di ciò che accade all’interno della cellula. La melanina viene accumulata in organelli specifici, chiamati melanosomi: abbiamo scoperto che una proteina, studiata finora in altri compartimenti cellulari e mai osservata prima nei melanosomi, è in grado di localizzarsi sulla loro superficie e modificarne forma e maturazione”. Quali sono le conseguenze di questo processo? “I melanosomi sono organelli estremamente dinamici: si formano all’interno della cellula e attraversano diverse fasi prima di maturare completamente e riempirsi di melanina. Quello che abbiamo osservato è che questa proteina, chiamata MFF, ne regola il processo di maturazione. Se ciò non avviene correttamente, anche la funzione degli organelli è alterata e di conseguenza varia la quantità di melanina che riescono ad accumulare. Successivamente, questi melanosomi vengono trasferiti ai cheratinociti, le cellule più abbondanti della pelle, che li inglobano. È il processo che determina, per esempio, l’abbronzatura e la protezione dai raggi UV”. Questa scoperta può aiutare a comprendere meglio alcune malattie della pelle? “Sì, anche se siamo ancora nel campo della ricerca di base: esistono, per esempio, patologie rare legate ad alterazioni della pigmentazione. Quando si parla di questi meccanismi, si pensa subito all’albinismo, ma ci sono anche altre sindromi rare caratterizzate da anomalie dei melanosomi o dalla presenza di cosiddetti “mega-melanosomi”, come ad esempio la Sindrome di Chediak–Higashi. Sono patologie poco studiate e comprendere meglio il funzionamento cellulare può aiutare a capire i meccanismi biologici che le determinano. Al momento non esiste una patologia della pelle direttamente associata a questa proteina, ma esiste una rara forma di encefalopatia collegata a mutazioni di questa proteina e questo suggerisce che possa avere funzioni più ampie di quanto pensassimo”. La vostra ricerca potrebbe avere implicazioni anche per malattie più diffuse, come i tumori della pelle? "Non esistono ancora studi che colleghino direttamente MFF al melanoma, ma la melanina svolge una funzione protettiva contro i raggi UV, che rappresentano uno dei principali fattori di rischio per il melanoma. Tutti i processi che alterano la fisiologia della melanogenesi potrebbero avere un ruolo nello sviluppo tumorale. Il melanoma resta uno dei tumori cutanei più aggressivi, perché caratterizzato da una crescita cellulare molto rapida e da una forte capacità di metastatizzare. Ma, se viene individuato nelle fasi iniziali, può essere trattato con maggiore efficacia”. L’esposizione ai raggi UV resta il principale fattore di rischio? "Sì, è considerato il fattore principale, perché i raggi UV possono provocare danni molecolari, in particolare al DNA. L’accumulo di mutazioni nel tempo può favorire l’insorgenza della patologia. Esistono, poi, fattori legati alla predisposizione genetica e alla familiarità. Le persone con pelle molto chiara, ad esempio, sono generalmente più esposte al rischio. Ci sono anche studi che mostrano una maggiore probabilità di sviluppare melanoma nei soggetti con albinismo”. Di recente l’Unione Europea ha vietato alcune sostanze presenti nei cosmetici. Quanto sono davvero tossiche? “L’Ue ha introdotto queste limitazioni proprio in un’ottica di prevenzione e tutela della salute. Alcune sostanze recentemente vietate, come il TPO, sono state classificate come tossiche o potenzialmente cancerogene. Si tratta di molecole che possono aumentare lo stress ossidativo o contribuire a processi dannosi per la cellula”. Esistono segnali visibili che possono indicare un’alterazione nel funzionamento dei melanociti? “Il primo elemento osservabile è spesso una variazione della pigmentazione della pelle. Normalmente la pigmentazione è uniforme; la comparsa di macchie o alterazioni cromatiche può rappresentare un segnale da approfondire. Naturalmente queste manifestazioni cutanee possono avere moltissime cause diverse e non sono automaticamente associate a una patologia specifica, ma rappresentano aspetti da non sottovalutare”. Nel suo intervento a “Pint of Science” ha parlato proprio dei melanociti: quanto conta il rapporto con un pubblico non specializzato in eventi come questo di divulgazione? “È un’esperienza bellissima, ma anche difficile. Noi ricercatori siamo abituati a ragionare su problemi molto complessi e, a volte, le domande più semplici sono quelle che mettono maggiormente alla prova. Allo stesso tempo è uno scambio culturale straordinario, perché ci permette di capire che cosa le persone si aspettano dalla scienza e dal nostro lavoro. È un confronto estremamente stimolante”. Su che cosa si è concentrata nel suo racconto con il pubblico? “Ho cercato innanzitutto di spiegare che cosa sono queste cellule così particolari. Mi sono avvicinata a questo campo circa cinque anni fa, con il primo finanziamento della LEO Foundation, e me ne sono innamorata scientificamente. I melanociti sono cellule rare: nella pelle sono pochissimi rispetto ai cheratinociti, eppure svolgono una funzione fondamentale. Hanno una caratteristica unica, vale a dire la presenza dei melanosomi, organelli coinvolti nella sintesi e nel trasporto della melanina”. Lei lavora con tecniche di imaging avanzato e ha mostrato anche una serie di immagini delle sue ricerche: quanto sono importanti? “Sì, perché il mio background è proprio nella microscopia. Questo studio si basa molto sull’imaging avanzato e ho mostrato immagini reali dei nostri esperimenti. Credo sia importante far vedere concretamente come lavoriamo e osservare dal vivo questi processi cellulari che normalmente restano invisibili”.
“Vi racconto i processi invisibili dell’abbronzatura”
La biologa Marta Giacomello all’evento “Pint of Science”: dai melanociti e dalla loro proteina nuove prospettive per curare le malattie della pelle











