Camminavo tra il Padiglione 3 e l’Oval, schivando la folla e le code davanti ai camioncini dei panini, quando mi si para davanti lui: un cane robot che “scodinzolava” avanti e indietro tra i curiosi, sollevava la metallica zampetta, cercava le carezze con il musetto (in realtà una telecamera che in Cina e non solo viene usata per raccogliere dati e imporre l’ordine pubblico).

C’è un fantasma che si aggirava per il Salone del libro, o meglio: una realtà concretissima come un cane androide. Ed è l’intelligenza artificiale. Perché ovviamente anche l’editoria è investita da questo cambiamento epocale. Se pure dal punto di vista finanziario si rivelasse una bolla (ma l’esplosione della bolla delle dot.com a inizio millennio non ha rallentato internet, anzi…), dal punto di vista dell’impatto l’Ia è già qui. Anche in editoria. A cominciare da quella dei giornali: l’amministratore delegato di Condé Nast ha dichiarato in un’intervista (la riporta le newsletter Charlie del Post) che già i giornali devono lavorare «come se Google non esistesse». Cosa vuol dire? Che il traffico ai siti di news non arriva più dai motori di ricerca, e del resto se uno cerca un’informazione su Google gli appare prima l’Overview, il riassunto creato dall’Ia, e poi pagine di inutili link commerciali. Ma nemmeno l’editoria libraria è al sicuro: a cominciare da quella accademica e scolastica. La stragrande maggioranza dei ragazzi (il 58% degli universitari) ammette di studiare condividendo sunti e rielaborazioni di testi d’esame prodotti dall’Ia, alimentando un mercato della pirateria digitale che sottrae all’editoria un terzo del suo valore. Ma l’impatto dell’algoritmo va ben oltre le aule universitarie. Come emerso nel convegno su Intelligenza artificiale e editoria organizzato da Ogr e Salone, il settore si trova oggi a dover gestire una vera e propria “sovrabbondanza” di contenuti di bassa qualità generati da macchine, che rischiano di sommergere e soffocare le voci umane nei cataloghi, generando frustrazione nei lettori e crisi di visibilità per gli autori tradizionali. Il rischio, concreto, è che il mercato si pieghi a un “realismo artificiale” dove a vincere è la prevedibilità e la standardizzazione, doti in cui l’Ia eccelle. E quindi «che fare?» come diceva Lenin, come governare questa tecnologia senza demonizzarla, ma senza nemmeno subirla?